I Verbi del cammino

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Una proposta per la vostra riflessione personale e di coppia.
Metteremo questi contributi all’inizio di ogni mese.
Si tratta di un cammino che vogliamo fare insieme.
Selva continua ... anche così

I vostri suggerimenti saranno benvenuti.

 


Settembre 2022

«Di’»

« …tu hai detto… »

(Tobia 8,6)

 

 

 

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    Di’

    « …tu hai detto… »

    Tobia 8,4-8
    4b«Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: “Sorella, àlzati! Preghiamo e domandiamo al Signore nostro che ci dia grazia e salvezza”. 5Lei si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: “Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! 6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: “Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui”. 7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia”. 8E dissero insieme: “Amen, amen!”»

    Un brano biblico

    Luca 7,1-10
    1Quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, Gesù entrò in Cafàrnao. 2Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. 3Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. 4Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: “Egli merita che tu gli conceda quello che chiede - dicevano -, 5perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga”. 6Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: “Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; 7per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. 8Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa”. 9All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”. 10E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

    Protagonista di questo episodio è il centurione che però non entra mai direttamente in scena. La sua fede ha un ruolo più rilevante rispetto alla guarigione del servo.

    1 Quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, Gesù entrò in Cafàrnao. / Gesù ha appena terminato il discorso ai discepoli, discorso che l’evangelista Luca, diversamente da Matteo (5,1), colloca in un luogo pianeggiante (Lc 6,7): forse un richiamo alla “pianura” della nostra quotidianità dove spesso si nascondono ascese inaspettate e significative.
    Gesù rivolge al popolo «tutte» le sue parole, dice tutto quello che aveva da dire (cf. Gv 15,15), creando comunione e amicizia con coloro che stanno in ascolto: dice tutto, così come darà tutto sé stesso.
    La parola richiede un umile atteggiamento di ascolto per essere accolta, un ascolto calmo e attento fino alla fine: «A voi che ascoltate, io dico...» (Lc 6,27). Il dire e l’ascoltare presuppongono, custodiscono e sostengono una relazione personale che, in questo brano, sarà chiamata ‘fede’.

    2 Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. 3Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. / Anche il centurione è una persona che ascolta: ha udito parlare di Gesù e da quello che ha ascoltato ha compreso che Lui desidera e può donarci vita. Cerca pertanto di creare un ponte fra due parole che lui ascolta e accoglie: la parola riguardante Gesù, con il suo desiderio di donare vita, e quella parola così silenziosa, forse, ma al contempo così forte ed eloquente che è la sofferenza del servo che gli è molto caro e per il quale desidera, appunto, vita.
    Il centurione affida ad alcuni anziani dei Giudei la propria parola di richiesta e costoro intercedono presso Gesù: una parola che inizia come sofferenza del servo e che passa di bocca in bocca per raggiungere finalmente il cuore di Gesù. Come la conoscenza di Gesù avviene tramite altri mediante l’ascolto, così anche l’accesso a Lui è mediato da altri, fino a quando ogni carne vedrà la salvezza di Dio (Lc 3,6).

    4 Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: “Egli merita che tu gli conceda quello che chiede - dicevano -, 5 perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga”. 6 Gesù si incamminò con loro. / Gli anziani dei giudei dicono parole di supplica e parole che mettono in evidenza i meriti della persona che li ha inviati da Gesù. E questi s’incammina con loro.

    Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: “Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; 7 per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. 8 Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa”. / La seconda modalità d’incontro con Gesù contrasta con la prima. La prima si realizza tramite anziani del popolo di Israele e fa leva su concetti quali dignità, merito. La seconda vede protagonisti amici del centurione e dice di indegnità, difetti; insomma, si fonda unicamente sulla fiducia nell’interlocutore e non su propri diritti o meriti.
    Il senso d’indegnità non distrugge, anzi, alimenta la fede in Gesù, la fiducia incondizionata nella Sua parola. Il centurione percepisce insieme la propria miseria e la misericordia del Signore: non pretende nulla, la sua è una fede forte e rispettosa. Le parole che il centurione dice sono quelle che ogni fedele ripete in ogni Eucarestia prima di ricevere il corpo di Gesù, cibo che - come l’amore - non si merita, ma si accoglie.
    Notiamo anche che nella casa del centurione regna la concordia: egli vuole bene al suo servo, ama il popolo di Israele ed è circondato da amici. Non sono relazioni di potere. Il centurione è una persona capace di amare, di voler bene, cioè di volere il bene dell’altro. Così come lui, straniero e pagano, aveva fatto costruire la sinagoga, adesso desidera la vita per il suo servo. Questa volta è Gesù che ascolta una parabola: con essa il centurione vuol dire che lui stesso, pur essendo un sottoposto, ha il potere di dare ordini e che quindi a maggior ragione può farlo Gesù. Anche perché ora, nonostante la propria autorità, il centurione sperimenta la propria incapacità di fronte al suo servo malato.
    Il centurione non vedrà Gesù, né Gesù il centurione. Eppure fra i due accade un incontro vero, autentico, pieno.
    Tra loro interviene solo la parola e tutto avviene per intercessione: il servo non chiede nulla, lo fa per lui il suo padrone, che chiede prima agli anziani e poi agli amici di pregare Gesù.

    9 All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”. / Gesù non ha neppure bisogno di pronunciare la parola che il centurione gli ha chiesto. Il servo infatti ritroverà la salute grazie alle parole di fede pronunciate dal suo padrone. Il centurione aveva sentito parlare di Gesù (v. 1). Ora Gesù sente parlare del centurione, anzi sente parlare il centurione attraverso la bocca di suoi mediatori. Il centurione è l’unica persona che Gesù ammira: c’è fede presso gli estranei e non presso i vicini (Mc 6,6)!
    Ciò che suscita l’ammirazione di Gesù è la fiducia fondamentale che quell’uomo ha nei suoi confronti e nella forza della Sua parola. La fede è la nostra risposta a Gesù che desidera donarci vita. Il centurione rimane il personaggio principale; Gesù reagisce quasi come uno spettatore. Infatti, quando finalmente prende la parola, non è né per rispondere agli amici del centurione né per pronunciare la parola che guarisce, ma per rivolgersi alla folla che lo accompagna e parlare del vero protagonista di questa storia. «Di’ una parola», aveva chiesto il centurione. Ma, alla fine, chi ha detto questa parola? Non lo sappiamo di preciso. Come di preciso non sappiamo nemmeno quale sia stata questa parola. Gesù fa tutto ciò che gli chiede il centurione. Se lo prega di venire, eccolo incamminarsi verso di lui. Quando gli fa sapere di non disturbarsi, eccolo fermarsi. Gesù agisce come i subalterni del centurione: “Vieni” ed egli viene, “va” ed egli va. Come il servo, il Signore fa ciò che gli si dice di fare. Il solo ordine che non eseguirà sembra essere quello di dire una parola affinché il servo sia guarito, a meno di non voler considerare come tale ciò che Gesù dice e cioè il riconoscimento della fede del centurione. Va però sottolineato che è la presenza di Gesù a permettere al centurione di esprimersi con tutto sé stesso, fede compresa, di essere cioè pienamente sé stesso.

    10 E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito. / Il servo stavolta ha obbedito a una parola di guarigione che – di fatto e a distanza, quasi senza esserne del tutto consapevole – il centurione ha detto su di lui e che Gesù ha confermato.

    In conclusione

    «Di’ una parola»: Qual è la parola che vorrei sentirmi dire da Gesù?

    O, ancora meglio: qual è la parola che chiedo a Gesù di poter dire, e che porta vita in me e attorno a me?

    Una riflessione

    Poesia scritta con la matita

    Sono devoto all’anima di grafite della matita:
    un solo colpo di gomma e il segno lasciato sparisce,
    sentieri imboccati con leggerezza
    si riconducono alla docilità della via maestra
    i crolli vengono evitati con un’alzata di spalle,
    l’imprevisto è un vecchio con il pugnale spuntato.

    L’anima di grafite non conosce soste, esitazioni:
    nel suo stesso procedere in avanti
    ci chiama alla possibilità del ritorno,
    nel suo segno scuro riposa la dolcezza del bianco
    e Angelina torna a sorridere
    tenendo per mano un bambino
    abbagliato dal sole.

    Pierluigi Cappello

    Lo confesso, sono io stesso un devoto di questo poeta. Un signore del verso Pierluigi Cappello che personalmente considero una delle voci liriche più limpide di questo nostro tempo.

    Mi viene in mente lui se penso al richiamo del verbo DIRE. È la sua matita, chissà perché, a richiamarmi il DIRE. Non un frastuono di parole, non una deriva dell’ascolto ma il lento agire di un dire efficace, un’avventura dell’anima.

    Lo sappiamo, lo sappiamo bene che le nostre parole sono fragili e spesso povere ed insufficienti, ci girano intorno e se va bene ci tornano indietro impotenti e sgualcite. Le parole abbondano in ogni dove, siamo sommersi dalle parole e spesso procedono randagie per la loro strada prive di un corpo che le custodisca. Ci esaltiamo per la loro forza espressiva e ci abbaglia il potere che da esse ne possiamo trarre. Penso all’infinito flusso delle parole e penso a quante volte sono stato sia vittima che carnefice.

    DIRE forse è un’altra cosa, non può che essere un’altra cosa e se non ne intuiamo la diversità, ed è legittimo non intuirla, allora dobbiamo imparare da chi è maestro nel dire, e quindi dai poeti.

    Dire è un’altra cosa: una danza leggera che non ferisce alcuno, un azzardare l’impossibile per scoprire poi inaspettatamente che tutto risulta più facile, più semplice di quanto ci è dato di credere.

    Dire ci mettere in corrispondenza con una infinita linea d’orizzonte appena tracciata, appena tratteggiata.

    Dire è la discrezione, la gentilezza, il tempo infinito dell’ascolto, una verità che deve diventare familiare se vogliamo sopravvivere al deterioramento delle parole.

    Vorrei accarezzarti con il mio DIRE e non finire mai di stupirti. Come un segno di matita, semplicemente un segno di matita.

    Un’immagine

    M. Chagall │ Mosè riceve le tavole della Legge │ (1952)

    Ecco una delle diciassette grandi tele che Marc Chagall ha dipinto per rappresentare alcuni passaggi narrati nell’Antico Testamento.

    Qui, immersa nel giallo bagliore della presenza divina, viene raffigurata la scena della consegna delle tavole della legge a Mosè, dipinto a grandi dimensioni e posto in una dinamica diagonale che divide il quadro in due parti. A sinistra il popolo d’Israele che osserva un po’ incredulo e disordinato la determinazione della sua guida ma che ha già pronto in alternativa il vitello d’oro. Il monte Sinai è colorato come Mosè in bianco e grigio ma il suo fianco ne traccia una diagonale opposta, quasi come per voler far notare che Mosè per andare ad incontrare il Signore ha cambiato rotta rispetto al suo popolo, non ha seguito la direzione che stavano percorrendo insieme, ha osato altro.

    Ecco perché Chagall lo rappresenta con sul capo i raggi della benedizione; lui è il prediletto, è l’eletto, non si perde d’animo e crede fino in fondo alla promessa.

    L’incontro tra Dio e Mosè avviene attraverso la Parola; Dio non è visibile (“Dio nessuno lo ha mai visto”), chiede ancora una volta di fidarsi del proprio sentire nell’incontro con Lui, non di certezze tangibili ma di percezioni, chiede di fidarsi di quelle dieci parole che portano alla vita.

    Sulla destra in basso vediamo il popolo dei profeti. C’è Aronne che porta il candelabro simbolo sacro della tradizione ebraica e sul petto ha le pietre delle 12 tribù di Israele. Appare triste e con lo sguardo rivolto verso il basso. C’è il re Davide, riconoscibile dalla corona, che suona l’arpa. C’è anche il profeta Geremia che appare anch’egli triste e assorto nei suoi pensieri. Forse Chagall ha voluto rappresentare attraverso di loro il dispiacere di Dio nel vedere l’infedeltà del popolo. Alle persone rappresentate sulla destra, l’angelo scendendo dal monte porta il rotolo della Torah.

    Guardando il quadro nel suo insieme, notiamo che la diagonale descritta dal protendersi del corpo di Mosè ha un suo parallelo in una coppia che si eleva abbracciata sopra il vitello d’oro, accompagnata dalla vicina presenza di un angelo. La loro direzione porta ad un’altra rappresentazione di coppia che si intravede un po’ più a destra, disegnata quasi in trasparenza e immersa nel giallo della luce di Dio.

    Come in tanti altri suoi dipinti, Chagall rappresenta l’amore terreno come luogo in cui è possibile elevarsi e farsi più prossimi a Dio accomunati da un desiderio di vita e di amore che vuole affondare nel contempo le proprie radici nell’umano ma con lo sguardo rivolto al divino di cui l’uomo e la donna sono immagine.

    Entro nel quadro:

    Guardo gli occhi di Mosè: sembrano rivolti ad un volto di Dio che però non si vede, eppure il suo sguardo appare come sorridente e fiducioso.

    Guardo i suoi piedi scalzi che hanno imparato a presentarsi inermi e senza difese dopo che Dio gli aveva fatto togliere i sandali per imparare ad incontrarlo nel roveto ardente presentandosi senza barriere.

    Guardo le mani grandi, protese e pronte a ricevere il peso di una parola incisa sulla pietra, che poi però sarà portata da un angelo che lo aiuterà a diffonderla.

    Provo ad immedesimarmi in Mosè e mi concentro sul mio sguardo verso un Dio che non vedo, sui miei piedi scalzi e quindi vulnerabili che vanno incontro all’altro, sulle mie mani che accolgono la fatica di una Parola che appare limitazione ma che si trasforma nella libertà di un volo alato. Come mi sento? Dove faccio più fatica?

    Guardo la coppia che si solleva elevandosi dal disordine di un popolo incerto e affaticato e percepisce nel proprio amore la possibilità di superare fatiche e incertezze rimanendo l’uno nello sguardo dell’altro e avvicinandosi abbracciati allo sguardo di Dio.

    Quali esperienze scorgo nella mia/nostra storia di momenti o eventi in cui ho/abbiamo percepito questo?

    Accolgo quanto è emerso e lo affido, lasciandolo avvolgere dal calore del giallo del quadro.

    Un film

    Tom Hooper │ Il discorso del Re │ (2010)

    Dopo nemmeno un anno dall’avere ereditato il trono britannico, l’11 dicembre 1936 re Edoardo VIII abdica per poter sposare Wallis Simpson, un’americana che ha divorziato dal suo primo marito e sta cercando il divorzio dal suo secondo: una condizione inaccettabile per la futura moglie di un sovrano. Il trono del Regno Unito passa a suo fratello minore Albert, soprannominato “Bertie” in famiglia, duca di York, che viene incoronato re Giorgio VI il 12 maggio 1937.

    Il passaggio avviene alla vigilia di uno dei momenti più bui della storia europea: Hitler è sul piede di guerra e le grandi nazioni, provate da una lunga crisi economica e con le ferite ancora non rimarginate della Prima Guerra Mondiale, devono fronteggiare la più violenta aggressione mai vista nel vecchio continente. In questo quadro, Bertie è tutt’altro che felice di prendere il posto del fratello maggiore.

    Giorgio VI è descritto come un “re riluttate”, ha un’indole riservata, un carattere introverso e, soprattutto, è segnato da una caratteristica che sta al centro del film che proponiamo per il verbo dire: una balbuzie che gli impedisce di affrontare con le necessarie tranquillità e sicurezza qualunque discorso pubblico. Considerando che la voce del re arriva a milioni di sudditi in tutto il mondo attraverso i microfoni della BBC, il sovrano appena salito al trono ha bisogno di affrontare questo problema con urgenza.

    È sua moglie la regina, Elizabeth Bowes-Lyon, a sostenere il marito in questa battaglia con sé stesso, a individuare in un logopedista di origini australiane, anticonvenzionale e all’avanguardia, Lionel Logue, la persona in grado di aiutare Bertie con la sua balbuzie. Il lavoro che permette ai due di affrontare le difficoltà di Giorgio VI non è privo di scontri e deve necessariamente passare per questioni molto personali, che riguardano la sfera affettiva e familiare di Bertie. È proprio il nesso intimo che si crea tra i due uomini a essere determinante per aiutare Albert a superare le sue difficoltà, oltre che a far nascere una duratura amicizia tra il terapeuta e il suo assistito.

    Nella realtà le vicende ebbero uno sviluppo un po’ più lungo, in un arco di tempo più ampio, che nel film è stato condensato per ragioni drammaturgiche, ma la sostanza umana ed emotiva della vicenda restano inalterate, creando un racconto ricco di senso e di sensibilità, e che, pur occupandosi della vita di un re, è capace di parlare alla mente e al cuore di ogni essere umano. Che cosa c’è di più universalmente umano della voce?

    Come scriveva il filologo e critico letterario, Paul Zumthor: «Luogo di articolazione delle parole e delle frasi, la voce ne travalica, con tutta la sua potenza esistenziale, la materialità e il significato […] Numerosi studi recenti hanno dimostrato che la voce costituisce, nell’inconscio umano, una forza archetipica: è un’immagine primordiale e dotata di un potente dinamismo creatore, la quale predetermina più o meno per ciascuno di noi una configurazione mentale, affettiva, se non un modo di pensare simbolico. Di qui la sua notevole capacità di generare miti e di prestarsi a significazioni religiose. Affondando le proprie radici a monte di ogni formula concettuale, questa immagine, nella sua totale cecità, ci assicura che non siamo – né voi né io – soli al mondo. È questo il motivo per cui il linguaggio è senz’altro impensabile senza la voce […] La parola si articola dunque, nella voce, in un duplice desiderio di dire, e quello di dirsi.»

    E infatti, Bertie deve imparare ad amare sé stesso per poter affermare sé stesso e quindi dire sé tesso attraverso la propria voce. Lo può fare grazie a Lionel, non solo perché quest’ultimo è un geniale terapista ma, soprattutto, perché è un generoso “ascoltatore” della voce di Bertie. Il verbo dire è necessariamente e intimamente connesso con il reciproco ascoltare.

    Solo se riconosciuti e accettati dall’altro possiamo esistere. Scrive il filologo Corrado Bologna: «Prima ancora che il linguaggio abbia inizio e si articoli in parole per trasmettere messaggi nella forma di enunciati verbali, la voce ha già da sempre origine, c’è come potenzialità di significazione e vibra quale indistinto flusso di vitalità, spinta confusa di voler-dire, all’esprimere, cioè all’esistere. La sua natura è essenzialmente fisica, corporea; ha relazione con la vita e con la morte, con il respiro e con il suono; è emanata dagli stessi organi che presiedono all’alimentazione e alla sopravvivenza. Prima di essere il supporto ed il canale di trasmissione delle parole attraverso il linguaggio, dunque, la voce è imperioso grido di presenza pulsazione universale e modulazione cosmica tramite le quali la storia irrompe nel mondo della natura: di una simile Metafisica della Voce è testimonianza in quasi tutte le culture antiche ed anche moderne, che all’emanazione sonora annettono un valore demiurgico, fondatore, addirittura iatrico-taumaturgico, incastonandola nell’orizzonte sacrale e individuando nel luogo dell’Origine lo spazio che essa colma.»

    “Lasciate fare al microfono”, questo è il consiglio che si sente dare il principe Albert, bloccato dalla balbuzie davanti a uno strumento capace di diffondere la sua voce su tutta la Terra - più o meno quella era l’estensione del Commonwealth Britannico. E come non sentirsi vicini a quest’uomo, alla sua paura di far sentire la sua voce? La nostra voce, intima e personale, eppure alla mercé degli altri a cui arriva; la nostra voce che a nessuno (o quasi) piace riascoltare. La diffusione dei media ha esasperato e continua ad esasperare le capacità di performance: tirare fuori la voce è prima di tutto una terribile battaglia contro sé stessi.

    Cresciuto all’ombra di un padre ingombrante e brusco, a fianco di un fratello maggiore esuberante, molto attento ai propri desideri, anche a scapito degli impegni dovuti per nascita, Bertie deve imparare ad affermare sé stesso, ribadendo il proprio diritto a esistere. Lo stesso diritto di esistere degli stati attaccati con inedita violenza dalla Germania nazista nello stesso momento in cui sale al trono. La sua voce, la voce del re, è chiamata a esprimersi, a dire un discorso, per raccogliere le proprie forze e quelle di tutta la gente che aderisce al suo appello, per affermare quel diritto a esistere in pace e in libertà che in quel momento è ferocemente minacciato.

    Re Giorgio VI, dai microfoni della BBC, il 3 settembre del 1939, con una voce che a stento supera gli inciampi della balbuzie, parla così al suo popolo: «Siamo stati costretti a un conflitto, perché ci viene richiesto di affrontare la sfida a un principio che se dovesse prevalere sarebbe fatale per ogni ordine civile del mondo. È il principio che permette a uno stato, nel perseguimento egoistico del potere, di ignorare i trattati e gli impegni assunti solennemente; che sancisce l’uso della forza, o la minaccia della forza, contro la sovranità e l’indipendenza dei nostri stati.»

    «Se tale principio, la mera primitiva dottrina che la ragione è del più forte, dovesse affermarsi nel mondo, la libertà del nostro paese e di tutto il Commonwealth sarebbe in pericolo. Questa è la posta in gioco. Per amore di tutto quello che ci è caro, è impensabile che possiamo rifiutare tale sfida».

    *I brani di Paul Zumthor e di Corrado Bologna sono entrambi tratti da CORRADO BOLOGNA, Flatus Vocis - Metafisica e antropologia della voce, Il Mulino, Bologna, 1992.

    IL DISCORSO DEL RE

    • Regia: Tom Hooper
    • Interpreti: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Timothy Spall
    • Genere: Dramma storico
    • Paese: Regno Unito
    • Anno: 2009
    • Durata: 188 min.
    • Disponibile su: Amazon Prime Video, Google Play, YouTube, Apple Tv



    A cura di

    Maria Grazia e Umberto Bovani,
    Lucia e Giacomo Lopez,
    Beppe Lavelli SJ

    Grafica
    Davide Cusano

     


Gennaio 2022

Nasci

«da loro due nacque
tutto il genere umano…»

(Tobia 8,6)

 

 

 

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    Nasci

    «da loro due nacque
    tutto il genere umano…»

    Tobia 8,4-8
    4b«Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: “Sorella, àlzati! Preghiamo e domandiamo al Signore nostro che ci dia grazia e salvezza”. 5Lei si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: “Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! 6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: “Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui”. 7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia”. 8E dissero insieme: “Amen, amen!”»

    Un brano biblico

    «Molti si rallegreranno per la sua nascita» (Lc 1,14)

    Luca 1,5-25
    5Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. 6Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. 7Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni. 8Avvenne che, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, 9gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso. 10Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. 11Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. 12Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. 13Ma l’angelo gli disse: “Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. 14Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, 15perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. 17Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto”. 18Zaccaria disse all’angelo: “Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni”. 19L’angelo gli rispose: “Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. 20Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo”. 21Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. 22Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto. 23Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. 24Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: 25“Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini”.

    Luca 1,57-66
    57Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 58I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. 59Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. 60Ma sua madre intervenne: “No, si chiamerà Giovanni”. 61Le dissero: “Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome”. 62Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. 63Egli chiese una tavoletta e scrisse: “Giovanni è il suo nome”. Tutti furono meravigliati. 64All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. 65Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. 66Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: “Che sarà mai questo bambino?”. E davvero la mano del Signore era con lui.

    Luca 1,80
    80Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.


    Luca 1,5-7 / L’evangelista Luca apre il proprio racconto con l’annuncio di due nascite, e di due nascite particolari: la prima da una donna sterile e la seconda da una vergine. ‘Al tempo di Erode’: una nascita che avviene in tempi non ideali, sotto Erode, il quale inoltre, stando al racconto Matteo, accoglierà la notizia della nascita del bambino Gesù come una minaccia per sé (Matteo 2,16).
    Zaccaria ed Elisabetta sono una coppia lontana dai potenti di turno e sembrano essere anche una coppia senza futuro. Si può essere giusti e senza figli. La sterilità di Elisabetta, che ricorda quella delle matriarche, ben rappresenta ogni nostra situazione che appare senza via d’uscita.

    Luca 1,8-17 / Zaccaria incontra il Signore nel compimento del suo dovere, nello svolgimento delle funzioni sacerdotali che gli sono proprie. Quella di Giovanni sarà una nascita attesa, una nascita per la quale si è pregato, una nascita portatrice di gioia per tutti, non solo per i genitori, perché segnata da una grandezza che è tale agli occhi del Signore. Tale grandezza si esprime come forza riconciliante («ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio… per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti»). Una grandezza ben diversa quindi da quella che ci divide gli uni dagli altri, apostoli recidivi compresi: «Nacque poi una discussione tra loro, chi di loro fosse più grande» (Luca 9,46); «E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande» (Luca 22,24).


    Luca 1,18-22 / Elisabetta è sterile e tutti e due sono avanti negli anni. Coma Sara e Abramo. Difficile scorgere possibilità di un futuro, un futuro che non dipende solo da quello che possiamo fare noi. La fede di Zaccaria sembra arrestarsi davanti all’annuncio dell’angelo. Risuonano resistenze analoghe a quelle che il lettore della Bibbia ha incontrato nel racconto del libro della Genesi quando, prima Abramo e subito dopo sua moglie Sara, faticano ad affidarsi alla parola che il Signore rivolge loro. «Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: “A uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all’età di novant’anni potrà partorire?”. 18 Abramo disse a Dio: “Se almeno Ismaele potesse vivere davanti a te!”» (Genesi 17,17-18). «Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”» (Genesi 18,12). Per Abramo si compirà la parola che aveva già ascoltato da parte del Signore: «uno nato da te sarà il tuo erede» (Genesi 15,4). Anche Zaccaria scoprirà che nulla è impossibile a Dio (cf. Genesi 17,19; 18,14).
    Insomma, piuttosto che Abramo e Sara (e Zaccaria) che faticano a credere, ecco che l’unico vero “credente” sembra essere il Signore, che non si stanca di porre la propria fiducia in Abramo, Sara, Zaccaria, Elisabetta.
    La resistenza a credere nella Parola ci rende sordi non solo all’Altro ma anche agli altri (cf. v. 62) e incapaci di dire parole vere, parole di benedizione.


    Luca 1,23-25 / Dal tempio alla casa con nel cuore ma non sulla bocca resa muta il «lieto annuncio» dell’angelo da trasmettere alla moglie. Sembra che prima che dare la vita a Giovanni le parole dell’angelo abbiamo ridato vita a Zaccaria e ad Elisabetta. Il miracolo che è questa nascita (e che di fatto è ogni nascita) scandirà ormai il tempo dell’Incarnazione. Dal «tempo di Erode» (1,5) che è quello di Zaccaria nel tempio di Gerusalemme si passerà al «sesto mese» (1,26) che è quello di Maria nella casa di Nazaret. La possibilità di una vita nuova, quasi non più sperata, è ciò che il Signore ha compiuto per Elisabetta ed è ciò che desidera compiere «per me».


    Luca 1,57-64 / Non c’è solo la promessa, c’è il compimento. Questa nascita è segno della misericordia divina. Così è per ogni nascita. Ma non è forse anche così ogni volta che ci viene donata, in tanti e diversi modi, una nuova possibilità di vita?
    Il nome del neonato sarà quello annunciato dall’angelo. Dall’alto proviene la nostra vera identità, una identità donata, come la stessa vita. Un nome che sorprende, che suscita meraviglia. Il «No» pronunciato da Elisabetta e confermato per iscritto da Zaccaria è l’eco del «Sì» pieno e definitivo alla promessa di vita di Dio, molto più grande di ogni attesa umana.


    Luca 1,65-66 / Ogni esistenza è un mistero che riposa nella mano di Dio e per questo è bene che la domanda che le persone si fanno (“Che sarà mai questo bambino?”) non riceva mai una risposta compiuta. Non possediamo e non possederemo mai la vita: né la nostra né tantomeno quella degli altri. Possiamo solo accogliere e custodire.


    Luca 1,80 / La nascita è compimento e insieme nuovo inizio, punto di partenza.
    La vita va nutrita in tanti modi e in tanti modi si cresce. Nel corpo e nello Spirito.

    Zaccaria è uomo del tempio, il figlio dimora nel deserto. La parola del Signore ci raggiunge ovunque e in ogni circostanza. Quello che era atteso dai suoi sarà colui che indicherà a tutti l’Atteso di ogni tempo.

    Una riflessione

    Nascere non basta.
    È per rinascere che siamo nati.
    Ogni giorno.


    Pablo Neruda

    Nascere non è scontato … e questo lo sappiamo. L’intenzionalità di essere oggi qui, ognuno di noi oggi qui, dipende da una volontà e da una grazia imponderabile che in qualche misteriosa logica ci troviamo a subire.

    Questo può sembrare scontato ma spesso, molto spesso, ce ne dimentichiamo e assumiamo una presunzione esistenziale poco edificante, soprattutto poco ragionevole, diciamo anche un po’ patetica. Quello che dipende da noi è rendere attivo quell’imponderabile che ci è dato e forse donato.

    E questo non è poca cosa perché si tratta di rendere vitale, rendere germinativo ciò che all’origine è un “semplice” patrimonio potenziale. Bisogna mettersi d’impegno per nascere continuamente liberando il campo da possibili fraintendimenti. Essere al mondo e starci con un senso è il percorso di un’intera vita, come dire che nasciamo per scoprire il senso del nascere.

    Nessuno ce la insegna questa sapienza perché come tutte le sapienze che si rispettano può sopraggiungere solo da un’esperienza incarnata cioè da una sapienza che si acquisisce nella vita normale, ordinaria, domestica. Non c’è nessuna sapienza superiore teorica o letta su qualche libro che ci risolve il problema. Solo il lento, costante, ostinato incontro con l’ordinario può trasformarci in donne e uomini rinati nella sapienza di una nascita seconda.

    Credo che sia così, credo che la vita in sé, la vita normale in sé custodisce un sapere che ogni giorno siamo chiamati a ricomprendere….
    Ma non è tutto lì, non è proprio tutto lì.

    Nell’ordinarietà che ci è data e che in buona parte edifichiamo giorno per giorno si annida un rischio che sicuramente ben conosciamo. Il rischio di sprofondarci dentro quell’ordinarietà, galleggiare al suo interno senza possibilità di venirne fuori edificati, cresciuti, nuovi.

    In questa direzione la prospettiva credente può aprirci spazi di sapienza eccedente, cioè spazi nei quali pur rimanendo dentro, totalmente dentro l’esperienza esistenziale che siamo chiamati ad abitare, ci permetta di poter guardare e comprendere prospettive interpretative inedite e sempre nuove del reale.

    La prospettiva del buon Nicodemo in Giovanni 3 per me è un orizzonte nel quale mi immergo ogni giorno per dare senso e valore al giorno che mi attende. Rinascere dall’alto… perché abbiamo bisogno di una nascita seconda per vedere le cose per come sono nella loro genuina ordinarietà.

    È lo sguardo alto (Calvino direbbe leggero) sulla domesticità che ci permette di capire da dentro, di accedere da dentro al senso delle cose. Rinascere dall’alto per capire il senso di ritrovarsi intorno ad una tavola a condividere cibo e parole, rinascere dall’altro per dare continuamente nuova ragione all’intimità dell’atto amoroso, rinascere dall’altro per non tenere la porta chiusa ma solo socchiusa affinché qualcuno possa aggiungersi al nostro abitare.

    Credo che possiamo così sperare che ogni cosa assuma un senso semplicemente per quello che è nella giusta misura di ciò che è. Questo per me è un nascere continuo, insostituibile per la mia vita.

    Un’immagine

    Caravaggio │ Riposo durante la fuga in Egitto │ (1597)

    Questo dipinto del Caravaggio rappresenta Giuseppe e Maria intenti a custodire la nascita appena sbocciata del loro bimbo che sa di divino, un miracolo nel miracolo di ogni nuova vita.

    Una scena sacra rappresentata in modo molto realistico come era sua consuetudine e con una tale ricchezza di simboli e significati come solo lui sapeva fare. Caso vuole oltretutto che, probabilmente per motivi economici, l’abbia dipinto su tela di fiandra, quella usata per le tovaglie, conferendo così ancora più “domesticità” alla scena, mischiando ancor più il divino all’umano nella concretezza della realtà.

    Questo quadro merita che ci si soffermi un po’ di più a conoscerlo. Siamo durante la fuga in Egitto, un viaggio condotto da Giuseppe per amore del figlio e di Maria poiché “I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: -Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò-“.

    Dunque ancora una volta Giuseppe è chiamato a fidarsi e ad avventurarsi verso una terra sconosciuta.

    Caravaggio immagina che il Signore voglia premiare l’obbedienza di Giuseppe inviando loro un angelo che sia di conforto e di conferma; lui gli regge lo spartito, come segno della collaborazione dell’uomo al progetto divino.

    I suoi occhi sono a fianco dell’occhio incuriosito dell’asino, animale devoto e servizievole, pronto a rendersi utile. Giuseppe è seduto su un sacco di grano con a fianco una damigiana, simboli eucaristici del pane e del vino.

    Il viaggio della Sacra Famiglia è metafora del viaggio della vita, che qui parte dalle asperità di un terreno arido e sassoso per poi diventare, dall’angelo in poi, terra ricca e rigogliosa. L’angelo stesso ha le ali di rondine, simbolo della primavera e quindi della Resurrezione.

    Ai piedi di Maria ecco l’alloro, simbolo di gloria e immortalità perché sempreverde; rovi e cardi, simboli della Passione di Cristo e il tasso barbasso, emblema della Resurrezione. Dietro, a fare da appoggio, una quercia, una pianta forte e che contiene in sé sia i semi maschili che femminili, quindi simbolica delle maternità di Maria, concreatrice col Signore di una vita umana e divina.

    Il violino suonato dall’angelo ha una corda spezzata, riferimento alla precarietà e all’ imperfezione della vita umana, ma questo non gli impedisce di far riecheggiare le note di un mottetto sul tema del Cantico dei Cantici. Proprio non molto tempo fa infatti è stata riconosciuta in quelle note dipinte la composizione scritta da Noel Bauldewijn nel 1519 per musicare i versetti “Quanto sei bella e quanto sei graziosa, carissima mia, in mezzo alle delizie. La tua statura somiglia a una palma e a grappoli somigliano i tuoi seni… Una torre d’avorio è il tuo collo. Vediamo se la vigna è tutta in fiore, se i fiori partoriscono la frutta, se sono tutti in fiore i melograni. Il mio seno in quel luogo ti darò.”

    Maria viene rappresentata tutta in riferimento al Cantico: i capelli rossi “Le chiome del tuo capo sono come la porpora del re” e il suo capo appoggiato al bambino “Io dormo ma il mio cuore veglia”.

    Sullo sfondo, il cielo cupo si rischiara in lontananza, per dirci che la vita è sì fatica, cosparsa di imprevedibili variabili come ben sa qualsiasi famiglia, ma ogni vita ha uno scopo, un senso, una meta… e custodire le tante e svariate forme di nascita che la vita di una coppia genera, è lo scopo prioritario. Questo richiede che si sappiano usare tutti i cinque sensi, come indicato in questo quadro, per poter scorgere ciò che è promessa invisibile agli occhi, che necessita della capacità di mettersi in gioco, di fidarsi e rimanere in viaggio aprendosi alle novità che la vita propone… così da darsi la possibilità di intuire che davvero “la vita di un uomo passa di nascita in nascita” (Christian de Chergé).

    Entro nel quadro:

    Mi immedesimo nello sguardo di Giuseppe, il volto stanco e segnato dalla fatica dei tanti sforzi di partenze e ripartenze nell’incertezza, ma nel contempo i suoi occhi ed i suoi gesti dicono disponibilità e affidamento. Provo a fare memoria di una o due circostanze in cui ho fatto questa esperienza del mettermi comunque in viaggio pur nella fatica vincendo il desiderio di rimandare o desistere. Osservo e considero quanto è avvenuto.

    Riguardando alla stessa o alle stesse circostanze di cui sopra, metto in campo la vicinanza dell’altro/dell’altra. Quanto l’amore che ci unisce è stato motore per il cammino fatto? Quanto l’essere due, o tre, o più, ci ha dato forza per ripartire dopo il riposo pur nell’incertezza della meta?

    Ritorno allo sguardo di Giuseppe, fisso sul volto dell’angelo del Signore. E lì sosto in preghiera a fianco dell’amata, dell’amato, in silenzio, così da riuscire a cogliere le note del Cantico e custodire quanto di nuovo sta nascendo in noi.

    Un film

    Francesca Comencini │ Lo spazio bianco │ (2009)

    Il film è tratto dall’omonimo libro della scrittrice Valeria Parrella e racconta, con delicatezza e intensità, l’esperienza autobiografica dell’autrice a cui è nata una figlia prematura.

    È la storia di una donna adulta che rimane incinta senza averlo preventivato e che partorisce improvvisamente a sei mesi di gestazione: la bambina che ha dato alla luce viene messa dentro un’incubatrice dove, le dicono i medici, dovrà restare per almeno due mesi.

    Maria è costretta quindi a fermarsi e a vegliare questa figlia che è nata ma la cui fragile esistenza è appesa a un filo: riuscirà a vivere oppure non ce la farà? La presenza della bambina nel mondo, la sua nascita, è allo stesso tempo anche assenza.

    Nell’attesa, Maria non può fare niente o almeno lei pensa di non riuscire fare niente; la sua vita di prima, i suoi impegni quotidiani, la sua illusione di controllo e di indipendenza (è infatti una donna sola, volitiva ed energica) cambiano radicalmente, investiti da questo evento imprevedibile che la mette in uno stato di precarietà e la costringe a sentire in un modo più profondo e sottile la propria interiorità ma anche a sviluppare una sensibilità particolare verso il mondo che la circonda e i piccoli gesti umani che gli altri hanno in serbo per lei.

    Come la protagonista del film prima della nascita di sua figlia, a volte anche noi non siamo in grado di notare e di provare gratitudine per ciò che ci circonda perché troppo concentrati su noi stessi e sulla nostra vita materiale e non solo, in un movimento incessante e a volte cieco.

    Il film ci propone un’esperienza non solo visiva e narrativa ma anche contemplativa, poiché è scandito da momenti musicali e quasi onirici, in cui lo spazio bianco dell’incubatrice, dove la piccola Irene sta lentamente formandosi, è anche lo spazio bianco di una donna che sta per diventare madre e che deve maturare questo nuovo spazio dentro di sé: Maria deve rinascere come persona nuova, come sua figlia Irene sta aspettando di nascere una seconda volta.

    La rinascita di Maria è momento di attesa, di pazienza nervosa che diventa gentile, in cui Maria faticosamente ma senza mai guardarsi indietro impara a guardarsi intorno e a guardare in modo nuovo ciò che la circonda.

    E noi come affrontiamo le esperienze gioiose o dolorose della nostra vita? Siamo presi dalla frenesia e dall’impazienza oppure riusciamo a fermarci e magari a vedere quelle esperienze come un’opportunità di rinascita?

    E quando l’attesa è legata a una situazione di sofferenza, come viviamo questo tempo? Forse potremmo anche riconoscere l’attesa come la possibilità di vedere un segno che ci aiuti a rintracciare un senso, chiedendoci “Where is my love?” (Dove è il mio amore?), il ritornello di una canzone del film.

    LO SPAZIO BIANCO

    • Regia: FRANCESCA COMENCINI
    • Interpreti: MARGHERITA BUY, GAETANO BRUNO
    • Anno: 2009
    • Paese: ITALIA
    • Durata: 98 min.
    • Disponibile su: AMAZON PRIME VIDEO, GOOGLE PLAY, YOUTUBE, TIM VISION, APPLE TV



    A cura di

    Maria Grazia e Umberto Bovani,
    Lucia e Giacomo Lopez,
    Beppe Lavelli SJ

    Grafica
    Davide Cusano

     


Dicembre 2021

Sostieni

«Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno…»

(Tobia 8,6)

 

 

 

  • Leggi la proposta

    Crea

    «Tu hai creato Adamo
    e hai creato Eva sua moglie,
    perché gli fosse di aiuto
    e di sostegno…»

    Tobia 8,4-8
    4b«Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: “Sorella, àlzati! Preghiamo e domandiamo al Signore nostro che ci dia grazia e salvezza”. 5Lei si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: “Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! 6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: “Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui”. 7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia”. 8E dissero insieme: “Amen, amen!”»

    Un brano biblico

    Luca 10,25-37
    25«Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. 26Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. 27Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. 28Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. 29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. 30Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. 37Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”.

    Proporre la parabola del buon Samaritano a commento del verbo ‘Sostieni’ può forse portarci immediatamente a fermare la nostra attenzione sul gesto con cui il protagonista della parabola si fa carico dell’uomo lasciato mezzo morto dai briganti.

    In realtà Gesù, con questa narrazione, si sta facendo carico (sta sostenendo) anche del dottore della Legge che lo sta mettendo alla prova.

    25«Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Il dottore della Legge sembra preoccupato di mettere alla prova Gesù, di tendergli una trappola con la propria domanda, più che di ascoltare in autenticità la risposta del suo interlocutore a proposito nientedimeno che della vita eterna.

    Il modo di porsi di questo scriba ci interroga sul modo in cui noi entriamo in dialogo con le persone facendoci forse scoprire che può non esserci estranea la tendenza di ricercarvi l’affermazione di noi stessi e delle nostre opinioni piuttosto che la verità.

    26Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Per prima cosa Gesù rifiuta la logica oppositiva sottesa dalla domanda del dottore della legge.

    Inoltre, rinvia lo stesso dottore alla religione dei padri come fonte e norma della verità. Essendo il suo interlocutore un dottore della Legge, è come se Gesù rinviasse questa persona alla sua competenza; lo rinvia, in una parola, a sé stesso. È un bel modo di ‘sostenere’: non sostituirsi all’altro ma dargli fiducia.

    27Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. 28 Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Il dottore della legge accetta il dialogo, cosa non scontata. Accetta di essere interrogato, deponendo forse l’ostilità che lo aveva contraddistinto all’inizio.

    Nella sua risposta afferma che quanto proposto nella Legge è l’inseparabilità dei due amori. Il fatto stesso che nella seconda frase non venga ripetuto l’Amerai sottolinea l’intimo legame dei due comandamenti.

    Non è forse anche questo un modo di affermare il ‘sostenersi’, qui nell’ambito dei due amori? Per dirla con le parole di Giovanni: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1Gv 4,19-21).

    La totalità è la misura dell’amore di Dio; il «come te stesso» è la misura dell’amore del prossimo. Ma non è forse quest’ultima misura a impedirci di fare di noi stessi o dell’altro un idolo e, quindi, ancora una volta, a sostenerci, salvando la reciprocità?

    Il dottore della legge si era alzato per mettere alla prova un altro uomo; ora vediamo che sa che nella legge c’è scritto di amare il prossimo. Pian piano sembra che, sostenuto dall’amore e dalla pedagogia di Gesù, la verità che già conosceva diventi sempre più e sempre meglio sua vita («Osserverete dunque le mie leggi e le mie prescrizioni, mediante le quali chiunque le metterà in pratica vivrà», Levitico 18,5).

    Gesù sostiene il suo interlocutore adottando anche il suo punto di vista e il suo linguaggio (fare … vita/vivere)..

    29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. La nuova domanda del dottore della Legge sembra supporre una esperienza di resistenza, una volontà di mettere dei paletti, di tracciare una sorta di confine tra chi è il mio prossimo e chi non lo è, mettendo con questo i paletti al mio amore nei suoi confronti.

    30Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Gesù risponde anche alla nuova domanda, un modo con il quale mostra anche come ami quel prossimo che gliel’ha appena posta.

    Risponde con una parabola, con una narrazione cioè con cui coinvolge il proprio interlocutore chiamandolo a trovare dentro sé stesso la risposta.
    «Un uomo scendeva...»: non importa che uomo sia: il prossimo non ha confini. «Per caso». Per strada e per caso … Quanti nostri incontri decisivi sono avvenuti e avvengono così! In quali modi umanamente impensabili Dio e la vera vita ci vengono incontro! Il sacerdote e il levita vedono e passano oltre. Quell’uomo mezzo morto non li riguarda; sembra essere più un ostacolo che una possibilità.

    33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Il Samaritano viene proposto come modello: un paradosso! La lezione al sacerdote e al levita viene data dall’impuro, dall’eretico. Il bene lo si trova là dove non lo si aspetta. Non è il solo caso nel vangelo di Luca (cf. il lebbroso, in Luca 17,16-18).

    Il Samaritano si sente messo in questione dall’altro. La compassione provata dal Samaritano è il cuore di tutta la narrazione. Questo suo essere precede ogni suo fare, anzi è la sorgente del suo suo agire. Questa compassione non può essere ridotta a un mero sentimento o a una particolarità del carattere.

    È in gioco la vita eterna. Non può essere una dote che uno si ritrova e un altro no: altrimenti il comando finale di Gesù (v. 37) non avrebbe alcun senso.

    La compassione è dunque un atteggiamento accolto e coltivato con il proprio impegno e la propria responsabilità, accettando che lo sguardo del Signore diventi sempre più e sempre meglio lo stesso nostro sguardo.

    4Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. La compassione si fa gesto concreto che esprime cura. Amare il prossimo è aiutarlo a vivere.

    35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno” Il Samaritano suscita un altro come lui, un altro capace di sostenere. Non fa tutto da solo.

    36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Di nuovo Gesù, l’interrogato, pone una domanda allo scriba (l’interrogante), capovolgendo la domanda di partenza. In sostanza, il ‘prossimo’ non è l’altro che in tanti modi incontro; ‘prossimo’ è la mia vocazione nei confronti di ogni altro che incontro. ‘Prossimo’ definisce me stesso nella mia chiamata a divenire tale e non la condizione dell’altro.

    Non sono chiamato a chiedermi chi sia l’altro nei miei confronti, mettendo magari dei paletti per cui chi è oltre non mi riguarda; sono chiamato invece a chiedermi chi sono io nei confronti dell’altro, e la risposta è semplice: sono il suo prossimo. Io sono chiamato a farmi prossimo di chiunque.

    Sono chiamato a sostenere il bisogno di vita presente nell’altro e, al contempo, l’altro sostiene il mio desiderio e la mia ricerca di umanità vera, autentica.

    La domanda del dottore della legge aveva di mira il prossimo, quella di Gesù ha di mira il dottore nella legge affinché scopra la chiamata a diventare prossimo.
    Del resto, in questo dialogo non è lo stesso Gesù a farsi prossimo dello scriba che, ferito dal suo stesso male, lo sta interrogando?

    37Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”. Ciò che spinge il Samaritano a farsi prossimo è la partecipazione allo stesso amore di Dio (cf. Luca 7,13; 15,20).

    In questo modo scopre la sua vera identità accogliendo quella parola di Dio che è la carne stessa del povero in cui si è imbattuto e di cui si è scoperto essere il prossimo. «Così Dio non è soltanto colui che, presente nel povero, sollecita l’amore comandandolo; è ancora colui che, presente in chi vede il povero, comunica l’amore come principio del libero gesto di prossimità» (Armido Rizzi).

    Una riflessione

    M’incanta l’immagine che trovo nella direzione finale del Cantico. Un’immagine che spesso
    attraversa improvvisa i miei pensieri e anche i miei umori soprattutto quando, inaspettati, sembrano prendere il sopravvento. Un’immagine insieme dinamica e statica, dove non c’è nulla da aggiungere, nulla da ritoccare, tutto è in equilibrio, tutto è compiuto e anche ciò che viene dopo in sé raccoglie semplicemente quell’immagine: “Chi sta salendo dal deserto, appoggiata al suo amato?” (Cantico 8, 5).

    E vorrei possederne con gentilezza il senso senza l’ansia di capire e vorrei non essere solo a coglierne la suggestione. Il deserto delle parole spiana la strada alla bellezza del gesto semplice, rapido, come un volo leggero d’ali che si appoggia a sostegno della corrente.

    Sappiamo per conoscenza e insieme per esperienza che spesso l’appoggio viene meno e che la vita continuamente ci richiama a nuovi posizionamenti nella ricerca di nuovi equilibri, nuova stabilità.

    Ma ogni volta si aggiunge un po’ di fatica come di chi ogni stagione si misura abiti sempre più stretti. Eppure l’appoggio è possibile e ci è vicino, lo sappiamo, lo vediamo, ma bisogna passare attraverso la forma interrogativa, bisogna che accada un riconoscimento.

    Chi è colui, colei che sale dal deserto? E’ vero è una domanda che punta direttamente all’infinito ma è anche una domanda dalla quale non è possibile sottrarsi. E allora quanta fiducia serve per sostenersi fidandoci di chi ci sostiene?

    Troppo spesso ci inceppiamo in un sovraccarico di parole, di discorsi infiniti e di scavi nell’anima propria e dell’altro appesantendoci così in un reale senza suggestioni, senza incanto, senza poesia.

    Quanto ci scomoda abbracciare il sostegno dell’altro? Quanta fatica ci costa riconoscere che senza l’altro la vita è più faticosa, semplicemente più triste? E allora…

    Sostienimi con il tuo respiro,
    affinché ogni cosa trasudi di te.
    Ancorami alle tue carni,
    affinché l’ultimo dei respiri
    possa all’infinito prolungarsi

    La vita trasforma ogni cosa
    e il tempo non conosce resa
    ed è un susseguirsi di stanze
    ognuna con un’impronta scolpita, diversa
    e ne distinguo appena i contorni

    Ma da qualche parte è possibile
    so che è possibile, ripararsi
    dalle gelide intemperie
    Un rifugio qualsiasi, come di chi
    nella notte intravede una salvezza

    E non chiedo molto di più,
    un semplice riparo, un riparo per ripartire
    magari anche senza di te,
    (non è detto che dureremo una vita intera)
    ma so che il nostro sostegno, uno per l’altra,
    anche solo per un solo attimo,
    basta per una vita intera

    Un’immagine

    Giorgio de Chirico │ Gli archeologi │ (1968)

    Per sostare sul verbo “sostieni” ci lasciamo condurre dalla pittura metafisica di Giorgio de Chirico (1888-1978). Anche questo quadro, come molti altri suoi, rappresenta il concetto di uomo senza volto tipico di quella corrente, con figure di manichini sproporzionati e senza volto né espressione ma che pur riescono a far percepire attraverso gesti e postura uno stato d’animo e, in questo caso, mostrano ciò che li abita. Ecco infatti comparire nei loro addomi rovine antiche, segmenti di colonne, tempietti, porte ad arco… tutti elementi che appartengono al suo stesso passato. Lui infatti era nato in Grecia, e, nonostante il suo trasferimento in Italia, le sue radici rimasero ancorate profondamente alla terra ellenica. Ecco anche il significato del titolo: infatti, il compito dell’archeologo è quello di serbare il passato, di proteggerlo e di farsene portavoce.

    Andando oltre il contesto pittorico del quadro e lasciandoci far ispirare da esso, possiamo dire che non è forse questo un compito che ciascuno di noi ha verso se stesso e verso le persone più care e più vicine? Vivere il presente è innanzi tutto imparare a conoscersi, sapere cosa ci abita, saper guardarsi dentro e riconoscere i tanti frammenti della propria storia, saper dar loro un nome. E siccome la vita ha origine da affetti e ci conduce ad altri nuovi affetti, quando ci si relaziona con gli altri, è imprescindibile ricordare che ciascun altro è abitato da ricordi e frammenti esattamente come noi. È importante però porre sempre attenzione a non improvvisarsi psicoterapeuti né di se stessi né degli altri, né tantomeno giudici.

    Sostenersi vuol dire sapersi fermare l’uno accanto all’altra, appoggiati in un abbraccio che dice presenza, ed aprirsi in un dialogo sincero e profondo. Sostenersi vuol dire accostare con amore e discrezione i propri mondi interiori perché vengano accolti e direzionati verso un futuro in cui ci si riconosce e ci si sente riconosciuti. Sostenersi vuol dire aiutarsi a scorgere tra le ombre dei frammenti del passato, quali spiragli di luce intravediamo come possibili e già presenti.

    Non è cosa scontata fare questo, tanto meno con chi si ha a fianco nella condivisione della vita, degli affetti, dell’educazione dei figli, con chi abbiamo imparato a conoscere giorno dopo giorno e abbiamo l’impressione di saper già tutto di ciò che lo abita. Ma intimamente sappiamo che sostenersi non è stare affiancati dandosi per scontati; sostenersi richiede vigilanza, cura, attenzione per aiutarsi a crescere e guardare con senso a nuovi orizzonti.

    Entro nel quadro:

    Scelgo tra i tanti frammenti di vita che mi abitano uno che oggi vedo come fatica. Poi ne scelgo uno che oggi vedo come risorsa ancora spendibile.

    In un secondo momento mi siedo a fianco dell’altro/dell’altra ma con la possibilità di guardarsi negli occhi, e consegno quanto ho scelto. L’altro fa lo stesso. Poi consegniamo al Signore quanto ho scorto in me e quanto ho ascoltato dall’altro, senza dibattito, non subito, prima si lascia sedimentare. Solo in un secondo momento si condividerà quali sentimenti sono emersi nell’osservazione di sé e nell’ascolto dell’altro. Sempre ricordando bene con quale attenzione e cura gli archeologi maneggiano i frammenti di passato.

    Sosto nel desiderio del passeggiare come nel quadro, lo affido in preghiera, poi muovo i primi passi perché questo possa avvenire.

    Un film

    Jacques Audiard │ Un sapore di ruggine e ossa │ (2012)

    Ali è un giovane uomo con esigenze basilari: procacciarsi un luogo dove poter stare con suo figlio, il piccolo Sam, che gli è appena stato affidato dalla madre del ragazzino, sparita per non ritornare più; riuscire a nutrire sé stesso e suo figlio con un lavoro.

    Il tetto glielo offre sua sorella, nella modestissima casa di periferia dove vive con suo marito. Dato il fisico prestante che si ritrova e grazie a una certa abilità nella boxe, il primo posto di lavoro che si trova assegnato è di addetto alla sicurezza in un locale notturno. Qui, in seguito a una rissa, conosce Stéphanie, una donna sua coetanea, bella e sicura di sé, addestratrice di orche in un parco di divertimenti acquatici. Ali si offre di accompagnare la donna a casa, perché non è nelle condizioni di guidare. Una volta arrivati a destinazione, tenta goffamente un approccio con lei, tentativo che fallisce prima ancora di cominciare.

    Poco dopo, Ali, sempre guidato dal proprio istinto brutale di sopravvivenza e senza porsi troppe domande, riesce a trovare un lavoro migliore, come agente di sicurezza nell’azienda di sua sorella; si occupa poco del figlio, a cui pensa la zia, si allena e intrattiene rapporti ferini con le donne che gli capitano a tiro. Intanto, durante uno dei consueti show davanti alla platea entusiasta del parco divertimenti, Stéphanie cade vittima di un incidente gravissimo: in breve, si ritrova in un letto d’ospedale con le bellissime gambe amputate.

    Sola e disperata, Stéphanie fallisce nel tentativo di farla finita con una vita che non riconosce più come sua. Ormai reclusa come un animale ferito in gabbia, a un tratto Stéphanie decide di chiamare quel giovane rozzo e un po’ ridicolo che l’aveva accompagnata a casa qualche tempo prima: come se avesse bisogno di un rapporto con un individuo naturalmente più elementare di lei.

    E Ali risponde alla sua chiamata. Con una spontaneità che sconfina in una ruvidezza a volte terribile, l’uomo si fa letteralmente e fisicamente carico di lei: la porta sulle proprie spalle fuori dall’appartamento nel quale si è rinchiusa negandosi alla vita.

    L’uomo riporta il corpo mutilato di lei alla luce del sole, all’aria, all’acqua. Ali va anche a letto con Stéphanie, generosamente ma sempre con modi rozzi, animaleschi. Questa routine vitale, ma anche priva delle attenzioni e della tenerezza di cui una relazione ha bisogno, diventa faticosa per l’ex addestratrice di belve feroci, che non riesce ad addomesticare la selvatichezza a volte disumana di Ali, tanto da preferire un ritorno alla propria solitudine.

    L’eccesso di brutalità e cinismo porta Ali lontano da tutti, da sua sorella, da Stéphanie, persino da suo figlio Sam, fino a quando un destino crudele non lo fa piegare a terra, non lo costringe ad entrare in contatto con quel centro emotivo, caldo e pulsante, con il quale Stéphanie, prima di lui, ha già dovuto fare i conti. Così sarà lui a sentire il bisogno del sostegno di lei, un sostegno diverso, che funziona con una forza differente e più sottile ma di cui lui non può fare più a meno se vuole rimanere in piedi.

    Bisogna provare l’esperienza della caduta per accettare di avere bisogno dell’aiuto dell’altro: questo il senso che arriva forte come un pugno allo spettatore dalla storia di due personaggi a cui manca qualcosa, una parte importante di sé. Bisogna diventare consapevoli della propria fragilità, delle proprie carenze, se ci si vuole offrire in aiuto alla fragilità e alle carenze dell’altro.

    La storia di Un sapore di ruggine e ossa ci vuole dire che per sostenere davvero qualcuno, e non essere solo la stampella di un momento, bisogna anche accettare di essere sostenuti, in uno scambio vicendevole.

    Solo quando Ali riconoscerà il proprio profondo bisogno di amore, lui potrà stare a fianco a Stéphanie da uomo, con la dolcezza e l’attenzione che ogni essere umano può dare e allo stesso tempo merita di ricevere.

    UN SAPORE DI RUGGINE E OSSA

    • Regia: JACQUES AUDIARD
    • Interpreti: MARION COTILLARD, MATTHIAS SCHOENAERTS
    • Anno: 2012
    • Paese: FRANCIA, BELGIO
    • Durata: 120 min.
    • Disponibile su: AMAZON PRIME VIDEO, NOWTV, NEXO, RAKUTEN TV, GOOGLE PLAY, CHILI, APPLE TV

      Film per un pubblico adulto




    A cura di

    Maria Grazia e Umberto Bovani,
    Lucia e Giacomo Lopez,
    Beppe Lavelli SJ

    Grafica
    Davide Cusano

     


Novembre 2021

Crea

«Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie…»

(Tobia 8,6)

 

 

 

  • Leggi la proposta

    Crea
    «Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie…»

    Tobia 8,4-8
    4b«Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: “Sorella, àlzati! Preghiamo e domandiamo al Signore nostro che ci dia grazia e salvezza”. 5Lei si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: “Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! 6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: “Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui”. 7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia”. 8E dissero insieme: “Amen, amen!”»

    Un brano biblico

    La “creazione” di Nicodemo: un dono e un cammino in tre tappe

    Due citazioni per indicare la prospettiva di queste righe. La prima: «L’uomo è creato per…». Queste parole, incipit del ‘Principio e fondamento’ degli Esercizi Spirituali di S. Ignazio di Loyola (n. 23), ci consegnano una verità semplice ed essenziale, e cioè che l’uomo è creato. Nessun essere umano si crea da solo: veniamo al mondo grazie ad altri e come dono possiamo accoglierci. Detto in altri termini, la nostra verità fondamentale è che siamo figli e che nessuno di noi è l’origine di sé stesso.

    La seconda: «La vita di un uomo passa di nascita in nascita». Possiamo applicare questa frase del trappista francese Christian de Chergé a Nicodemo come figura emblematica per esprimere evangelicamente il verbo a tema. Possiamo infatti leggere le tre volte in cui compare Nicodemo nel vangelo di Giovanni come tappe successive della generazione/creazione dello stesso ad opera del Signore Gesù.

    Giovanni 3,1-17
    1«Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. 2 Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”.
    3Gli rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. 4Gli disse Nicodèmo: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. 5Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. 7Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. 8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”. 9Gli replicò Nicodèmo: “Come può accadere questo?”. 10Gli rispose Gesù: “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? 11In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. 14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. 16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

    Di notte. A Gerusalemme. Un dialogo tra due uomini. L’interlocutore di Gesù è un fariseo, uno dei capi dei Giudei.
    Il capitolo successivo di Giovanni si aprirà con un altro incontro. A mezzogiorno. In Samaria. Un dialogo tra un uomo e una donna. L’interlocutrice di Gesù sarà una Samaritana, “eretica” e dalla condotta morale non ineccepibile.
    Gesù si lascia incontrare sempre, ovunque, da chiunque. E ognuno può essere ri-generato, ri-creato dall’incontro con Lui.

    L’incontro notturno tra Gesù e Nicodemo ci fa toccare con mano come il Signore sia continuamente all’opera per creare dei figli. Nel colloquio con Gesù Nicodemo fa infatti esperienza del cammino che Gesù gli apre davanti come una possibilità nuova, forse nemmeno sperata, ma tanto desiderata, come si evince dal prosieguo della sua storia.

    Infatti, l’opera di creazione non avviene in un attimo. È un cammino che richiede perseveranza e pazienza, che conosce le sue tappe e dura tutta una vita. Significative in questo senso saranno le altre due apparizioni di Nicodemo nel vangelo di Giovanni.

    Vv. 1-3 / Essere nella notte vuol dire non essere ancora nato. Il senso di questo testo è farci venire alla luce.

    Per vedere il regno di Dio e per entrare in esso dobbiamo essere generati dall’alto. Dio è Padre e nel suo regno entrano i figli, non gli schiavi. In questo modo Gesù contrappone la generazione, il fatto vitale del nascere a una vita nuova, all’osservanza della legge. L’amore non lo si merita: lo si accoglie. Credere in Gesù, il Figlio, vuol dire fondare la propria esistenza sul fatto che siamo figli, accettandosi come dono d’amore, invece che sui propri obblighi religiosi; due strategie di vita completamente diverse.

    Vv. 4-8 / Gesù dice che non si tratta di nascere di nuovo (“dall’alto” si potrebbe tradurre anche con “di nuovo”: spessissimo Giovanni usa gli equivoci, e Nicodemo ne è una espressione), bensì di nascere in altro modo. Nascere dallo Spirito designa esattamente questo altro modo: cioè, nascere dall’Amore e all’amore. Lo Spirito, invisibile come il vento, lo si può riconoscere dai suoi frutti: «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Galati 5,22).

    Vv. 9-17 / Essere generati dice qualcosa di più del semplice nascere. Indica anche la relazione con chi ci genera ed è questa relazione che ci fa vivere, non semplicemente l’essere nati. È l’amore che ci crea continuamente: la vita è donata e noi viviamo del dono. Non corrisponde forse a verità che quando facciamo esperienza di gratuità (ricevuta e data) facciamo esperienza di rinascita?

    Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio per questo mondo: Gesù sarà il Figlio dell’uomo innalzato, il Messia che porta su di sé il male dell’uomo per amore dell’uomo. Sarà colui che ama i figli con lo stesso amore del Padre rendendo possibile una vita fraterna vivibile qui e ora. Sarà colui che ci fa capire che Dio ci ama infinitamente fino a dare la vita per noi. La vicenda di Adamo ed Eva in Genesi 3 ci rende consapevoli che il principio dei mali è il non accettare di essere amati, di essere figli: «il serpente ha il veleno nella bocca» (Silvano Fausti). Contemplando Gesù che ci ama fino ad identificarsi col nostro male senza giudicarci comprendo finalmente chi è Dio: è uno che mi ama infinitamente. E comprendo chi sono io.

    Gv 7,45-53

    «45Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: “Perché non lo avete condotto qui?” 46Risposero le guardie: “Mai un uomo ha parlato così!”. 47Ma i farisei replicarono loro: “Vi siete lasciati ingannare anche voi? 48Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? 49Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!”. 50Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: 51“La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?”. 52Gli risposero: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!”. 53E ciascuno tornò a casa sua.

    In questo secondo passo in cui compare nel vangelo giovanneo, Nicodemo prende le difese di Gesù, o meglio invita i capi dei sacerdoti e i farisei ad ascoltarlo prima di emettere un giudizio su di lui. È un consiglio saggio e onesto che però non verrà accolto.

    Ma al di là di questa mancata accoglienza l’intervento di Nicodemo rivela il suo coraggio e la sua capacità di distinguere la propria opinione da quella di tutti gli altri, accettando anche parole umilianti nella consapevolezza però di essere rimasto fedele a se stesso e rispettoso dello Sconosciuto, e pagando di persona tutto questo. Nicodemo non si omologa all’opinione corrente. Non è forse questo un passo verso la luce?

    La storia di Nicodemo non si è dunque conclusa in quella prima notte. Il suo cammino sta continuando. Segno, questo, che possiamo anche interpretare come un esempio del modo in cui il Signore agisce, crea: non “buttando via” niente e nessuno ma offrendo continuamente nuove possibilità. Non era stata questa anche l’esperienza del profeta Geremia presso il vasaio? «Scesi nella bottega del vasaio, ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli riprovava di nuovo e ne faceva un altro, come ai suoi occhi pareva giusto» (Geremia 18,3-4).

    Gv 19,38-42

    38Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39Vi andò anche Nicodèmo - quello che in precedenza era andato da lui di notte - e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. 40Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. 41Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. 42Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

    Pochi versetti prima, l’evangelista aveva affermato che uno dei soldati con una lancia aveva colpito il fianco, di Gesù e subito ne erano usciti sangue e acqua (cf. Gv 19, 34). Come dal fianco di Adamo Dio creò Eva (Genesi 2,21-22), così, dal fianco squarciato di Gesù, il Padre crea e ri-crea continuamente i suoi figli. Giuseppe di Arimatea e Nicodemo sono tra i primi.

    È la terza volta che Nicodemo compare nel vangelo ed è qui che si compie la sua creazione. Egli si espone davanti a tutti e viene finalmente e definitivamente alla luce.

    Quella che è l’ultima tappa del suo cammino coincide in realtà con quella che è la sua e la nostra origine: l’amore di Dio per noi, principio e fondamento della nostra vita. Quel Dio che nessuno ha mai visto (Giovanni 1,18) si rivela sulla croce senza più possibilità di equivoci.

    Togliendo Gesù da dove questi era stato innalzato Nicodemo viene generato dall’alto. Tra i primi ad essere attirati dal Gesù innalzato (cf. Giovanni 12,32) Nicodemo può ora volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto (cf. Zaccaria 12,10). Siamo generati, creati quando siamo amati.

    Nicodemo accompagna Giuseppe di Arimatea nel pietoso servizio di deporre Gesù dalla croce e di dargli sepoltura. È bello e significativo che Nicodemo non sia solo. La creazione non è una faccenda privata ma, se autentica, è sempre comunitaria: veniamo generati al contempo come figli e come fratelli.

    «Nascere non basta.
    È per rinascere che siamo nati.
    Ogni giorno».

    (Pablo Neruda)

    Una riflessione

    Tu puoi soltanto attendere
    Il tempo è incerto. In bilico il sereno
    e la pioggia. Ma né l’uno né l’altro
    dipendono da te.
    Tu puoi soltanto attendere, scrutando
    segni poco leggibili nell’aria.
    Ti affidi al desiderio
    ascoltando il timore. Le tue mani
    sono pronte a difendersi e ad accogliere.
    Così non sai quando Dio ti prepari
    una gioia o un dolore e tu stai quasi
    origliando alla porta del suo cuore,
    senza capire come sia deciso
    da quell’unico amore,
    lo splendore del riso o delle lacrime

    Renzo Barsacchi (1924 )

    È bello interagire con un testo poetico. Da più di trentacinque anni a scuola, con i miei alunni, cerco di fare null’altro che questo. Perdo volutamente per strada analisi formali, strutture metriche per lasciare soltanto spazio alla voce lirica, alla melodia leggera del verso poetico. E mi piace ancor più provocare gli alunni soprattutto quando la poesia altera equilibri, crea sconquassi, quando il testo ci sta stretto o magari ci troviamo apertamente in disaccordo.

    La poesia è questo: accordo e disaccordo, partecipazione e lontananza, presenza e assenza. Sempre comunque una opportunità impareggiabile per interagire con il mondo e con se stessi.

    Detto questo veniamo al testo di Barsacchi, grande poeta vivente (ci sono ancora poeti viventi, pochi ma ci sono!). Mi è venuta alla mente la sua poesia, una poesia limpida, musicale, genuinamente piana, perché ci pone di fronte al tema del “Creare” descrivendo esattamente il suo contrario. È vero, l’attesa è la nostra condizione esistenziale, è la condizione che ci è data o forse che dobbiamo pagare per avere in cambio la vita. Ma tutto non si esaurisce lì.

    L’uomo non è artefice di un volere superiore indipendente dalla sua volontà. Dio non ci ha pensati e non ci pensa in questo modo. L’atto creativo rende plausibile il dono della vita che come qualsiasi dono deve essere segno di una relazione, di una reciprocità. Senza il nostro atto creativo la sostanza stessa delle cose viene meno.

    Origliamo alla porta del cuore di Dio non per rapire un segreto a noi proibito ma per imparare l’arte di inventare ciò che non è ancora, per diventare a sua immagine creatori di vita e sapienza. Dobbiamo crederci e non essere semplici recitanti adagiati in una passività senza soluzioni.

    Tutto è ancora da inventare, da creare. Non ci è dato solo di attendere ci è dato di partecipare mani e piedi alla grande avventura della vita. Lo splendore del riso e delle lacrime è più dolce e anche meno amaro se l’invenzione di Dio incontra l’estro inesauribile della volontà umana.

    Un’immagine

    Marc Chagall │ Il Paradiso │ (1960)

    Ci proviamo ad introdurre in una delle 17 grandi tele sul tema del messaggio biblico dipinte da Chagall intorno alla metà del ‘900, poi donate nel ’66 alla Francia ed esposte al Museo del Messaggio Biblico da lui stesso allestito nella città di Nizza.

    Il colore dominante è quello delle prime ore del mattino perché tutto è ancora all’inizio, tutto è ancora da scrivere… La vegetazione è avvolta dal verde-azzurro della rugiada, quel fitto ma sottile manto acquoso che sarà alimento per l’erba durante le ore calde della giornata. E’ così che il Signore trasforma il deserto in giardino, con piccole ma costanti goccioline notturne.

    Ecco, in questo contesto di vita nascente muovono i loro passi Adamo ed Eva, l’uomo e la donna creati da Dio a sua immagine e somiglianza, affiancati l’uno all’altra in un abbraccio che li unisce. “I due saranno una carne sola” recita il libro della Genesi.

    Sono nudi, nulla di nascosto tra di loro, si svelano l’uno all’altra per quello che sono, per come sono ed in questa verità si relazionano. I piedi scalzi, perché il loro camminare sia attento e consapevole perché tutto sia più percepibile… l’erba, la vegetazione, il giardino creati da Dio, il corpo dell’altro creato da Dio. I piedi scalzi perché il loro sia un camminare leggero e se anche può accadere che uno calpesti i piedi dell’altro non li può ferire.

    L’uomo e la donna sono dunque in cammino, i corpi in intima relazione uno a fianco dell’altra. La loro è presenza reciproca e sopra di loro c’è la presenza discreta e premurosa di un angelo mandato da Dio per affiancarli nei loro passi nel giardino, nella loro :vita proteggendoli dall’alto con la sua ombra. L’angelo, contornandoli di fiori e del loro profumo, porge loro il sole perché siano scaldati dal suo tepore.

    Intorno, altre creature popolano il giardino pesci, uccelli, altri animali… per ricordare che l’uomo e la donna fanno parte di un progetto di creazione vasto, che contempla tante forme di vita. Alcune creature sono più positive, altre hanno l’aspetto più minaccioso, almeno apparentemente, forse perché non facilmente riconoscibili, come quello strano animale che pare soffiare, ricurvo su se stesso, proprio dietro alla donna. Tra tutti, ecco seduta a terra una figura di uomo, di colore giallo, il colore che identifica la natura divina dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio; è seduto come in posizione di yoga e sembra inviti a danzare alla vita…

    L’uomo e la donna. Il loro essere insieme, una sola carne per la vita è rappresentato da una sorta di “bozzolo” , quella specie di nube bianca lì, da una parte, proprio vicino alla donna e a quello strano animale… E’ come un nucleo primordiale che racchiude e protegge i germogli dei loro desideri dei loro progetti di vita. Alla donna, almeno nell’interpretazione di Chagall, è dato il compito di custodirli e difenderli da quello strano e indefinito animale che rappresenta forse le nostre paure, quelle che ci immobilizzano e ci annebbiano sogni e desideri.

    Ma se Adamo ed Eva, l’uomo e la donna creati ieri come oggi per dare nuova vita, sapranno continuare a camminare nel giardino mantenendo la capacità di gustare il profumo dei fiori e i loro colori e percependo nel calore del sole il tepore di Dio, sapranno allora accogliere l’invito a danzare e custodiranno gelosamente i loro progetti e i loro sogni senza lasciarsi fermare da paure fuorvianti di non vita, di immobilità… perché si fideranno dell’amore che li trascende e lo renderanno nuova creazione.

    Entro nel quadro:

    Faccio memoria di alcuni momenti in cui ho camminato a fianco dell’altro, dell’altra, gustando una sensazione di creatività, di progettualità di vita, in cui passeggiando affiancati abbiamo assaporato tutta la bellezza del sentirci creati per guardare a prospettive di futuro sentendoci fino in fondo parte di un progetto di creaturalità ampio ed accompagnato. Provo a ricordare non tanto il cosa ci si era detti, quanto la sensazione di piacevolezza che si era provata. Constato come in quei momenti siano stati maggiormente degli sguardi alti ad abitarci piuttosto che timori e paure.

    Considero senza alcuna volontà di giudizio quanto si sono ripetuti nel tempo questi momenti, quanto ancora continua ad abitarci il desiderio di progettualità quando ci lasciamo andare in un camminare affiancati sentendoci amati da Dio.

    Sosto nel desiderio del passeggiare come nel quadro, lo affido in preghiera, poi muovo i primi passi perché questo possa avvenire.

    Un film

    John Chester │ La fattoria dei nostri sogni │ (2018)

    Una coppia che vive in un piccolo appartamento a Santa Monica in California, un giorno, per mantenere la promessa fatta a un cane, decide di cambiare radicalmente la propria vita e di realizzare un sogno quasi impossibile per delle persone prive di qualsiasi esperienza nel campo, ovvero creare una fattoria biologica in armonia con la natura.

    Da qui inizia il suggestivo documentario autobiografico “La fattoria dei nostri sogni” (il titolo originale è “The Biggest Little Farm”) che segue il percorso di John e Molly nell’arco di otto anni, dall’acquisto, anche grazie a finanziatori che credono nel loro progetto, di un ampio terreno a nord di Los Angeles, quasi desertificato dalle monoculture e dall’agricoltura intensiva fino a quando le cose iniziano veramente a funzionare: con l’aiuto di un esperto di agricoltura tradizionale, trasformano gradualmente un luogo arido e morto in un’area brulicante di vita sotto l’insegna della biodiversità.

    Nel corso degli anni, la coppia deve affrontare molti flagelli naturali, dai coyote che sbranano le galline alle lumache che si nutrono delle piante coltivate, dagli stormi di uccelli che banchettano con la frutta degli alberi agli afidi che popolano i campi fino ai cambiamenti climatici, ma tutti questi problemi – come imparano non senza fatica e tante preoccupazioni – diventano anche delle opportunità per guardare alla natura come a un ecosistema alla ricerca costante di un equilibrio instabile perché la coesistenza con la terra non può essere forzata e occorre imparare a danzare con essa, senza pretendere di controllarla.

    Per Molly e John, la fattoria diventa una grande scuola di creatività a contatto con la natura: creando una nuova realtà che prima non esisteva, imparando ad affrontare creativamente gli ostacoli che si pongono sul loro cammino senza ricette precostituite o facili scorciatoie e anche riuscendo a plasmare con coraggio e fantasia una nuova identità personale e di coppia. Una piccola grande storia con meravigliose immagini della natura, adatta a tutta la famiglia.

    LA FATTORIA DEI NOSTRI SOGNI

    • Regia: John Chester
    • Paese: Usa
    • Anno: 2018
    • Durata: 91min.
    • Disponibile su: Prime Video e, a noleggio, su Rakuten Tv, Google Play, Chili, Apple Tv.



    A cura di

    Maria Grazia e Umberto Bovani,
    Lucia e Giacomo Lopez,
    Beppe Lavelli SJ

    Grafica
    Davide Cusano

     


Giugno 2021

Benedici

« Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano icieli e tutte le creature per tutti i secoli! »

 


Vi informiamo che le pubblicazioni de i Verbi del cammino riprenderanno nel prossimo mese di ottobre.

 

 

 

  • Leggi la proposta

    «Benedici»
    «« Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! » »

    Tobia 8,4-8
    4bTobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza».
    5Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli!
    6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui.
    7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia».
    8E dissero insieme: «Amen, amen!».

    Un brano biblico

    Luca 1,59-45
    «In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”»

    Sostiamo solo su alcune parole

    Nell’incontro di Maria ed Elisabetta contem¬pliamo gesti di vita e parole di benedizione.

    In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda / L’angelo Gabriele, prima di lasciare la casa di Nazaret, aveva indicato il segno a Maria: «Ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio» (Luca 1,36-37). E Maria non esita: si alza e parte portando nel suo grembo il bambino appena generato in lei. Per dire che Maria si alza l’evangelista Luca usa uno dei verbi che utilizzerà anche per indicare la risurrezione di Gesù. Il concepimento del Figlio porta con sé la rinascita della Madre.
    Maria parte, prende l’iniziativa. La visita ricevuta da parte del Signore non è vissuta da lei come un privilegio, magari contro altri, ma, all’opposto, come un dono anche per gli altri. Non attende che altri vengano a renderle omaggio. È lei che muove il primo passo. Lei, visitata dal Signore, visiterà Elisabetta. Maria parte, e con lei parte Gesù. In questo modo Maria diventa anche simbolo di ogni nostra cammino missionario, ovunque siamo: camminare verso gli altri portando loro Gesù. Maria va di fretta. La sua non è la fretta ansiosa di chi si muove senza saper bene dove stia andando, ma quella dettata dall'amore e dal desiderio di incontrare Elisabetta e, con lei, i segni di vita che il Signore semina ovunque. Perché ci sia un incontro autentico siamo sempre chiamati a lasciare delle realtà. Qui Maria lascia la sua casa e le sue abitudini.

    Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta / Come l’angelo Gabriele era entrato nella sua casa, così ora Maria (con Gesù nel grembo) entra nella casa di Zaccaria e di Elisa- betta (con Giovanni nel grembo).
    Gesù in questo modo inaugura la sua nuova economia: quella di un Dio che ci visita e che si rende presente lì dove noi siamo. Qualcosa di analogo sperimenterà più avanti anche Zaccheo e, con lui, tutti noi chiamati ad accogliere Gesù che si invita a casa nostra. E Zaccheo lo accoglierà, animato dalla stessa fretta di Maria (Lc 19,5). Altra richiesta non ha l’amore se non quella di essere accolto.
    Gli incontri veri dicono sempre qualcosa di più rispetto a quello che si vede, così come l'incontro tra Maria ed Elisabetta dice anche dell'incontro tra il Messia e il suo precursore.
    Ci sono saluti formali e saluti che profumano di salvezza e di vita nuova, di pace vera. Il saluto di Maria viene ricordato ben tre volte. Non ne conosciamo le parole esatte, conosciamo però la sua portata nel cuore di Elisabetta.
    Questo incontro è stato preparato dall'angelo Gabriele, inviato prima nel tempio di Gerusalemme e poi nella casa di Nazaret, perché poi su queste montagne della Giudea le persone visitate si potessero finalmente incontrare. Così opera il Signore secondo Luca: basti pensare ai Due di Emmaus e Pietro (Lc 24,55-35), a Saulo e Anania (At 9,17), a Pietro e Cornelio (At 10,3- 4.10-14.25-27): tutte persone incontrate in tanti modi dal Signore anche perché a loro volta si potessero incontrare creando comunione e fraternità.

    Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo / Prima ancora che Elisabetta possa pronunciare una parola viene raggiunta da due doni: il saluto di Maria e lo Spirito Santo.
    Il solo vedere corre sempre il rischio di farci fermare all’apparenza; l’ascoltare raggiunge le nostre profondità. Forse anche per questo Bonhoeffer in "Vita comune” scrive che il primo servizio nella comunità di fede è quello dell’ascolto. Come Elisabetta ascolta il saluto di Maria, così il bambino nel suo grembo accoglie la visita del Bambino che è nel grembo di Maria, con una danza che richiama quella di Davide davanti all’arca (2Sam 6,14).
    Prima Dio ha visitato Maria attraverso l'angelo, ora visita Elisabetta attraverso Maria. Lui è sempre in cerca di noi, in tanti e diversi modi. Con Gesù è la Sua visita definitiva.

    ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!" / Queste parole sono il frutto dell’accoglienza dello Spirito Santo, del dare spazio alla vita divina in noi.
    Sono parole così semplici che ripetiamo ogni volta pregando l’Ave Maria e al contempo sono parole così belle e profonde che solo lo Spirito ce le può suggerire e far dire.
    Pronunciando queste parole Elisabetta mostra di guardare alla vita così come Dio aveva guardato alla Sua opera creatrice riconoscendone la bontà e la bellezza (Gen 1).
    Inoltre mostra di aver vinto logiche di gelosia e di invidia. Non si mette in concorrenza con Maria, come se fosse una rivale, in competizione.
    Elisabetta esulta per una cosa bella operata dal Signore in Maria. Che libertà in questa donna che sa condividere la gioia di un'altra! Elisabetta è in grado di far propria la gioia di Maria. Sappiamo bene quanto in noi spesso si affaccino altre logiche; Pilato, per esempio, sa bene che Gesù gli è stato consegnato «per invidia» (Mt 27,18 e Mc 15,10).
    Chi pronuncia parole come quelle di Elisabetta mostra di aver vinto in sé stesso la logica di Caino (Gen 4,5-8) e di essere entrato nello spirito della promessa divina ad Abramo («Benedirò coloro che ti benediranno», Gen 12,3).
    Questo ci riguarda non solo come singole persone ma anche come comunità, come Chiesa. Giovanni, prima in lotta contro gli altri undici per la supremazia nel “Collegio apostolico”, si ritroverà alleato degli undici in lotta contro un uomo colpevole di ...fare del bene! (Lc 9,46- 50). Dove non arriva l’egoismo dell’individuo può giungere quello del gruppo.
    Elisabetta benedice la madre e poi benedice il suo Signore, così come poi farà nel Tempio l’anziano Simeone (Lc 2,28.34). Saper dire bene di Dio e dire bene degli altri: quale invito da raccogliere e da incarnare sempre di più e sempre meglio nella nostra vita! Ci vengono incontro le parole dell’apostolo Paolo: «Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per un'opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,29-31). Riconoscere dinamiche disordinate dentro di noi non deve spaventarci o scoraggiarci (in ogni campo c'è sempre almeno un po' di zizzania: Mt 13,28-30), ma invitarci a non dare loro l'ultima parola e a chiedere il dono dello Spirito perché, come in Elisabetta, possiamo dare spazio a parole che sappiano edificare. Elisabetta non si fa metro di giudizio di ciò che avviene ma fa del bene questo metro di giudizio, ovunque sia compiuto e chiunque lo compia.
    Queste parole della moglie troveranno eco nelle prime parole che suo marito Zaccaria pronuncerà non appena avrà riacquistato l’uso della parola («Benedetto il Signore, Dio d'Israele ...» Lc 1,68): si potrebbe affermare che, non solo il bene, ma anche il benedire irradia sé stesso.

    A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? / È il grido di stupore di chi accoglie un amore gratuito, incondizionato. Siamo amati non perché siamo buoni ma perché è buono Colui che ci ama e coloro che a Lui si sono affidati.

    Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo / Anche il bambino che è nel grembo di Elisabetta gioisce: piena sintonia tra madre e figlio nel dare lode a Dio.

    E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto / Non bastasse la benedizione, ecco ora anche la beatitudine. Elisabetta loda la fede di Maria nella parola che il Signore le aveva detto.
    La fede di Maria ha contribuito a portare il Signore e, con Lui, la pienezza di un umanità benedicente su quelle alture di Giudea.

    (I. Silone, Vino e pane)

    Una riflessione

    Benedire ogni cosa senza distinzione, senza lasciare nulla indietro, senza lasciare spazio a possibili contorte interpretazioni.

    Benedire sempre e comunque anche se spesso non capiamo e vorremmo fuggire pur di non cadere in ulteriori parole.

    Benedire lo spazio che ci separa perché permette di guardarci dritti negli occhi e sorriderne al più piccolo movimento.

    Benedire ciò che non capiamo, anzi benedire due volte ciò che non capiamo perché sicuramente la prossima volta ci sarà più chiaro.

    Benedire le tue mai e benedire le mie mani come se non avessero accarezzato altro, come se non avessero fatto altro che accarezzare, perché non c’era altro da fare.

    Benedire le parole dette e soprattutto quelle non dette perché sono state quelle più efficaci e non hanno ferito nessuno, sono rimaste lì immacolate e salvate.

    Benedire di te ogni cosa e anche quella leggera curvatura del collo dove ripetutamente mi sono perso, sabbie mobili di pensieri e poi improvvisa una via di uscita.

    Benedire i piedi, benedire una due tre volte i piedi e poi benedirli ancora, instancabile appoggio del cammino e benedire il lavoro di tenerci dritti, in equilibrio e danzare là dove serve danzare oltre ogni equilibrio.

    Benedire quello che ci è dato di vedere e soprattutto ciò che non vediamo, che solo immaginiamo e sapere che tutto va oltre e che la nostra sapienza è lì a portata di mano, se solo osassimo un pochino di più.

    Benedire il silenzio e anche l'ingenuo tentativo di violarlo, benedire la fatica di starci dentro nonostante tutto e sapere che questo è già molto. Benedire ciò che ci fa di ostacolo ad ogni benedizione e poi andare oltre, perché la vita benedice addirittura chi verrà dopo di noi perché sorprendentemente e inarrestabilmente...

    Tutto l’Universo Obbedisce all’Amore.

    Un’immagine

    Caravaggio │ Cena in Emmaus │ (1601-1602)

    Per interiorizzare il verbo benedire ci lasciamo trasportare dal quadro dipinto da Caravaggio che rappresenta la cena di Emmaus proprio nel momento in cui Gesù viene riconosciuto dai due discepoli per il suo atto benedicente. La scena è resa particolarmente intensa dal gioco di chiaroscuro che dona forza al quadro come solo Caravaggio sapeva fare.

    Gesù è seduto di fronte, rappresentato senza barba secondo la tradizione bizantina della raffigurazione del buon pastore, probabilmente perché il pittore ha voluto renderlo non immediatamente riconoscibile neanche a noi, per portarci a riconoscerlo dal suo benedire il pane e il vino e a fare lo stesso percorso che hanno fatto i due discepoli.

    La sua mano sollevata sulla mensa richiama visivamente quella del discepolo di destra che sembra quasi uscire dalla tela per introdurci nella scena. Le sue braccia sono allargate in gesto di grande sorpresa e così poste riproducono quelle di Gesù sulla croce; percorrono il dipinto in profondità collegando la zona in ombra con quella illuminata dalla luce, la luce della rivelazione, in un percorso che è testimoniato dalla conchiglia del pellegrino che porta sul petto.

    L’altro discepolo per lo stupore si sta alzando dalla sedia, non può rimanere lì seduto ancora, deve rimettersi in movimento subito. Anche lui, rappresentato con sapiente tridi-mensionalità, visivamente ci introduce nella scena e ci fa sentire come invitati a notare che c'è un posto libero tra loro due, per noi.

    L’unico rappresentato in piedi è l’oste che assiste con stupore ad una scena che non comprende, guarda un uomo che non può riconoscere.

    Tutto si svolge ancora una volta a tavola, in una casa, in un contesto di quotidianità che potrebbe essere quello di tutti noi, delle nostre famiglie.

    Il grande realismo di Caravaggio si fa interprete del contesto entrando nella loro casa e riproducendo alcuni rilevanti particolari che i suoi contemporanei gli avevano contestato, ma che hanno un significato profondo e sono un grande suggerimento teologico. Il primo, evidente, posto proprio in primissimo piano, è il buco nel gomito della maglia consunta del discepolo; Gesù gli si rivela cogliendolo così come, nella sua povertà.

    E il discepolo stesso lasciando che sia visibile il buco della maglia è come se ci dicesse “vieni, avvicinati pure, non aver timore a prendere parte a tavola, non sentirti inadeguato e con il pensiero che prima devi andarti a cambiare, è adesso che sei invitato a sederti a tavola con il Cristo risorto e vivente, così come sei. Guarda me, non sono meglio di te.”

    Anche il canestro di frutta ci presenta dei frutti imperfetti, con alcuni segni di deterioramento. Quello è quanto i due hanno da offrirgli e quello è quanto Gesù benedice. E il cestino stesso è posto in bilico sul bordo della mensa, segno della caducità della vita... la vita dei discepoli, la nostra, quella delle nostre famiglie che hanno bisogno della benedizione. Perché ben sappiamo che le nostre imperfezioni, i nostri strappi, i nostri fragili equilibri esposti alle imprevedibilità della vita che ogni famiglia conosce, hanno sete della benedizione, di sentir dire bene di ciò che si è e di ciò che si ha.

    Hanno bisogno di sentirsi dire che ogni giorno è possibile percorrere la strada dal buio alla luce, che ogni giorno a tavola, se sappiamo condividere il nostro essere e i nostri frutti mettendoli così come sono e mettendoci in gioco così come siamo, è possibile chiedere insieme la benedizione e percepire la presenza del Risorto e di lì ripartire per continuare a camminare con più slancio e con nuova e più vitale disposizione d’animo.

    Entro nel quadro:

    Quel è il buco nella maglia che porto a tavola oggi, quale falla sono chiamato a mostrare per cominciare poi a rammendarla?

    Guardo il cestino di frutta. Contemplo il suo inequilibrio e lascio che mi risuoni dentro. Percepisco la mia paura di cadere, il timore dellì'mprevedibilità della vita. Li affido alla mano benedicente di colui che è tornato per testimoniare che è la vita ad avere l'ultima parola là dove sappiamo mettere in gioco l'amore.

    Provo a percepire l'incontenibilità dello slancio ad alzarsi dei discepoli. Da quale anche piccolo segno posso ripartire nelle mie giornate? Non eclatanti propositi che presto si scontrerebbero con la difficoltà del quotidiano, ma un piccolo gesto possibile che mi rimette in cammino sotto lo sguardo benedicente di chi è pronto ad affiancarci e camminare con me./p>

    Un film

    Rama Burshtein │ La sposa promessa - FILL the Void │ (2012)

    Il dono più potente che una benedizione possa operare è quello di bene - dire anche di fronte al male, di riuscire a volgere in bene ciò che nasce come male e farlo crescere e prosperare, quindi, in una direzione completamente diversa, se non proprio opposta a quella iniziale.

    È possibile dire, quindi raccontare, spiegare e indirizzare un avvenimento luttuoso, un dolore terribile in modo che dal male (e quindi da una potenziale maledizione che potrebbe segnare le vite di uomini e donne) nasca invece un bene, il bene più grande, la vita? Si potrebbe affermare che in questo consiste il miracolo all'origine del Cristianesimo: operare un capovolgimento che trasforma la morte in vita. E il film che riesce, con una misura narrativa quasi perfetta, a raccontare questo processo stra-ordinario e molto umano è sempre una storia di ebrei, una storia che parla di una famiglia di ebrei ortodossi nell'attuale Stato d'Israele.

    Il titolo internazionale del film, Fill the void richiama immediatamente il cuore tematico della storia: la protagonista è chiamata a riempire il vuoto, atrocemente lasciato da sua sorella, che potrebbe diventare l'origine di una tragedia familiare, nella quale i personaggi finiscono inghiottiti in un baratro oscuro di dolore e disperazione, distrutti dal male. Ma è proprio la scelta di non lasciare che questo vuoto rimanga lì, a divorare vite, che trasforma radicalmente un destino che sembra segnato.

    Andiamo con ordine. Shira è una ragazza di appena 18 anni, vive nella comunità ebraica ortodossa di Tel Aviv, è la figlia minore di un rabbino importante nella sua comunità: un punto di riferimento per chi è in difficoltà, e un esempio anche per gli altri rabbini. Come da tradizione, Shira è destinata a fidanzarsi con un coetaneo scelto dalla famiglia. A differenza di quello che sarebbe normale e prevedibile in contesto sociale laico e occidentale (compreso quello di altre componenti della società israeliana), Shira è entusiasta della scelta della famiglia e non vede fora di sposare il ragazzo che ha intravisto a mala pena nella corsia di un supermercato.

    In questo, è identica alle sue coetanee della comunità. Quando però sua sorella maggiore muore dando alla luce il primo figlio, la madre di Shira vorrebbe spingerla a sposare il vedovo. Il vuoto lasciato da Esther con la sua morte è insopportabile per la famiglia. L’unico loro appiglio, per riuscire a non naufragare, è il neonato figlio di Esther, che però rischia di allontanarsi per sempre nel momento in cui al padre vedovo si prospetta la possibilità di un matrimonio con una donna europea e il trasferimento in un altro continente.

    Il matrimonio tra ex cognati appare come l'unica soluzione in grado di evitare il peggio ma si presenta una scelta condizionata da questioni che nulla hanno a che fare con i sentimenti e con la passione.

    Shira deve affrontare un percorso di discernimento difficilissimo, mettendosi in ascolto della volontà di Dio, tenendo conto anche del dolore di chi le sta più vicino, dei suoi genitori ma anche di Yochai, il vedovo di sua sorella, un uomo più grande di lei e, come lei, perplesso e contrario, almeno all’inizio, a questa proposta della suocera.

    Ed è qui che comincia il racconto di un delicato avvicinamento a Yochai, una reciproca esplorazione e scoperta. Alla fine, la scelta non sarà dettata da mera obbedienza a un’imposizione della madre (l’unica fermamente convinta, anche contro il parere del marito e di altri componenti della comunità) ma dalla consapevolezza che la necessità più drammatica può aprire prospettive impensabili e, se affrontate con cuore puro, trasformare il male in una benedizione per sé e per gli altri.

    LA SPOSA PROMESSA - FILL THE VOID

    • Regia: Rama Burshtein
    • Interpreti: Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Renana Raz
    • Paese: Israele
    • Anno: 2012
    • Durata: 90'
    • Disponibile su: Google Play, YouTube, Chili, Tim Vision.



    A cura di

    Maria Grazia e Umberto Bovani,
    Lucia e Giacomo Lopez,
    Beppe Lavelli SJ

    Grafica
    Davide Cusano

     


Maggio 2021

Da'

« … domandiamo al Signore nostro
che ci dia grazia e salvezza … »



Da’, nella sua immediatezza è un’affermazione
che dice, insieme, un’inderogabilità e una responsabilità.

 

 

 

  • Leggi la proposta

    «Da’»
    « … domandiamo al Signore nostro
    che ci dia grazia e salvezza … »

    Tobia 8,4-8
    4bTobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza».
    5Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli!
    6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui.
    7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia».
    8E dissero insieme: «Amen, amen!».

    Un brano biblico

    Marco 6,34-44
    «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
    Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo:
    “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare”.
    Ma egli rispose loro:
    “Voi stessi date loro da mangiare”.
    Gli dissero:
    “Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?”.
    Ma egli disse loro:
    “Quanti pani avete? Andate a vedere”.
    Si informarono e dissero:
    “Cinque, e due pesci”.
    E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta.
    Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti.
    Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci.
    Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.»

    Sostiamo solo su alcune parole

    Quello dei pani è l’unico segno compiuto da Gesù riportato in tutti e quattro i vangeli.
    Questo dice della sua rilevanza.

    Nel pane spezzato è racchiusa la vita stessa di Gesù, il senso della sua esistenza.
    È il segno presente nella cosiddetta vita pubblica di Gesù, nella Passione (Cenacolo), nella risurrezione (Emmaus), nel tempo della Chiesa (Atti degli apostoli 2,42), in ogni nostra celebrazione eucaristica.

    Riconosciamo Dio nel suo corpo dato per noi.
    Lo stesso Vangelo è il Suo corpo e il Suo sangue dati, donati a noi: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» dice Gesù a Nicodemo (Giovanni 3,16).
    Nel dare, soprattutto nel dare se stessi, si esprime l’amare.

    Il brano che proponiamo costituisce un dittico col banchetto del compleanno di Erode, narrato da Marco appena prima, due banchetti che sono simboli di due diverse logiche di vita: nel palazzo di Erode si celebra l’economia del potere e del possedere, nel deserto quella dell’amare e del dare.

    Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose /
    Una grande folla: non i notabili, i “grandi”, che erano presenti al banchetto di Erode.
    Il gregge senza pastore non può lasciare indifferente ‘il’ Pastore (cf. Numeri 27,16-17): lo muove a compassione («Vulnerasti cor meum», Cantico dei cantici 4,9).
    Il primo nutrimento che Gesù dà è la Sua Parola.
    Questo in piena linea con le parole del Deuteronomio («l’uomo non vive soltanto di pane, ma […] l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore» 8,3) e di Amos («”Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore”.
    Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno » 8,11-12).

    Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare”. /
    La situazione sembra sfavorevole: l’ora è tarda e il luogo è deserto.
    Che sia tardi lo dice anche l’evangelista, come lo stesso evangelista, pochi versetti prima, aveva riferito del luogo deserto (cf. 6,31-32).
    Eppure proprio qui, in un deserto, nasce un popolo nuovo, come Israele quando uscì dall’Egitto.
    Quella dei discepoli sembra essere una semplice constatazione.
    E allora ecco la soluzione da loro escogitata: Gesù congedi le persone.
    Pensano che la soluzione sia il mandarle via perché possano comprarsi da mangiare.
    In realtà, dietro l’apparenza del buon senso e dell’aiuto alle persone, si nasconde una mancanza di lettura di fede della realtà e il conseguente disordine nel rapporto dei discepoli con la folla.
    Adesso che le persone sembrano costituire un problema, i discepoli vogliono che Gesù le mandi a casa. Dopo il compimento del segno, quando forse i discepoli desiderano volgere a loro vantaggio l’accaduto, Gesù dovrà costringere (6,45) questi stessi discepoli a risalire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, allontanandoli dalla folla.

    Ma egli rispose loro: “Voi stessi date loro da mangiare”.
    Gli dissero: “Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?” /

    Gesù educa i suoi discepoli.
    Insegna loro che ciò che nella vita nutre davvero non è ciò che viene comprato, ma ciò che viene dato, donato.
    Emblematica a tal proposito è la figura del figliol prodigo.br>Messosi a servizio di un uomo che lo aveva mandato a pascolare i porci fa una esperienza drammatica: «Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla» (Luca 15,16).
    Perché non si è preso direttamente le carrube? - verrebbe da chiedersi.
    È molto semplice: perché ciò che sazia, ciò che fa vivere davvero è la relazione, l’affetto, non le cose.
    Non è il pane, è il modo.
    Al banchetto di Erode non era il pane che mancava…
    Non è forse anche vero che il profumo comperato non servirà (Marco 16,1) mentre quello donato (Marco 14,3) raggiungerà lo scopo?
    Non va cambiata quindi la realtà, perché la realtà è quella che è: l’ora è tarda e il luogo è deserto per tutti, anche per Gesù!
    Ma questa realtà è da interpretare e da cambiare sono il nostro sguardo e il nostro atteggiamento verso di essa.
    Per non arrivare ad affermare quello che un politico diceva, con apprezzabile autoironia, commentando la sonora sconfitta elettorale del proprio partito: «La situazione non ci ha capiti…».
    Gesù invita i suoi a dare, chiamandoli a passare dall’economia del possesso a quella del dono (possiamo interpretare anche così il ‘passare all’altra riva’).
    Il ‘potere’ di Gesù è di dare la vita, non di toglierla (Erode).
    Il “comprare” (ancora ribadito dai discepoli, che hanno calcolato anche i costi!) va sostituito dal “condividere”: questo significa anche che devono cambiare le relazioni fra noi e gli altri, fra noi e le cose.
    La conversione dello sguardo e dell’atteggiamento vincerà la sproporzione tra la necessità e le risorse.

    Ma egli disse loro: “Quanti pani avete? Andate a vedere”.
    Si informarono e dissero: “Cinque, e due pesci” /

    È la stessa vita che va vissuta in modo diverso.
    Gesù non chiede l’impossibile, esorta a partire da quello che c’è, vincendo la paura che non basti.
    Gesù invita i suoi discepoli ad andare a vedere: non risolve magicamente la situazione ma, rimandandoli a loro stessi e alla fiducia nella vita e in Lui, apre a soluzioni presenti ma non ancora individuate.
    Dei pesci non c’era traccia nella domanda di Gesù, eppure compaiono nella risposta dei discepoli.
    La domanda di Gesù ha generato fiducia.
    E si trovano risorse insperate, così come insperato sarà l’esito finale.

    E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde.
    E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. /

    Il deserto fiorisce, diventa vivibile. Il gregge disperso diventa un popolo ordinato (cf. Esodo 18,25).
    Quando si passa dall’economia del possesso a quella del dono il deserto diventa una terra promessa. In questo modo viene data risposta al dubbio che ha il sapore della mormorazione: «Sarà capace Dio di preparare una tavola nel deserto?» (Salmo 78,19).

    Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. /
    I verbi che descrivono l’agire di Gesù costituiscono lo statuto del Figlio, e tutti noi siamo figli in Lui.
    Gesù ‘prende’ in modo diverso da quello di Adamo ed Eva: il suo ‘prendere’ non è un possedere, ma un ricevere in dono per donare a sua volta.
    Gesù concepisce la propria vita, e quindi anche la propria morte, come consegna di sé.
    Il Cenacolo e il Calvario ce lo insegnano: «Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”» (Marco 14,22).
    Gesù non ha avuto paura di dare se stesso, trovando la realizzazione della propria vita nel donarla per amore.
    È un atteggiamento che contrasta la nostra paura di perdere e di perderci, la nostra tendenza a trattenere.
    Come per il respiro: trattenerlo non ci regala più vita, ce la toglie. Con gli stessi verbi possiamo costruire la nostra infelicità (Genesi 3) o la nostra realizzazione.

    Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci.
    Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.» /

    C’è un pane che basta per tutti (nessuno escluso): più ne dai e più ne hai.
    È l’Amore, che non avrà mai fine (1Corinzi 13,8).
    Basta con-dividere quello che c’è. Secondo “l’aritmetica del Regno di Dio” è dividendo che si moltiplica: non si parla infatti di moltiplicare i pani (cosa impossibile per chiunque) ma di spezzarli, cioè di condividerli (cosa a tutti possibile).

    Quasi a riassumere…

    «Si ha solo quello che si dà».

    (I. Silone, Vino e pane)

    Una riflessione

    Da’, nella sua immediatezza è un’affermazione che dice, insieme, un’inderogabilità e una responsabilità.
    Di fronte ad una richiesta, un’urgenza che si presenta, più che mai vale la regola dell’imperativo.
    E qui l’imperativo suona imperioso…sarebbe il caso di dire.

    Sempre e comunque, di fronte a chi chiede, colui che si spende per provare a credere non può esonerarsi dalla prerogativa di dare, di farsi presente, di esserci.
    Magari non sapendo neppure bene, anzi non sapendo proprio, né cosa dare e né come dare, perché il problema non sta lì.

    Prima di ogni cosa viene la scelta del dare.
    È questo movimento intimo, profondo provocato dalla richiesta dell’altro che fa la differenza, e alimenta la scelta.
    È questo lasciarsi muovere intimamente il cuore che dà qualità alla volontà di dare.
    È questo movimento che porta alla conoscenza, alla sapienza empatica che dà valore al tutto.

    È una grande prospettiva questa, soprattutto per la preziosa conseguenza che genera.
    Questa circolarità tra il dare e il ricevere sradica una tentazione latente nel credente: quella del prodigarsi…per prodigarsi, del fare…per fare esasperando una logica sacrificale e unidirezionale, una logica perdente, cieca che svuota di responsabilità ogni gesto, ogni evento.
    È la circolarità che ci consente di accostarci alla verità del dare, che in sé non è contrattabile e neanche è restituibile, perché non c’è restituzione che valga.
    È il dare che salva perché determina un contagio, perché chi dà inevitabilmente invita l’altro all’imitazione in una correlazione infinita.

    Mi piace pensare a questo: in definitiva tutta la teologia, tutti i percorsi di vita spirituale non sono altro che una preziosa, quanto faticosa, via di rieducazione per un’umanità che ha dimenticato le leggi primarie dell’arte di vivere.
    Forse, soprattutto per l’oggi, questa prospettiva del dare è l’unica concretamente spendibile perché riconduce ad una comprensione esistenziale dell’evento di Gesù, perché l’abbondanza di questo tempo in cui viviamo ci ha fatto perdere di vista l’incipit iniziale e primordiale di tutto, quel tutto da cui tutto prende movimento e da cui tutti dipendiamo.

    Una sola realtà si trasfigura
    e si mostra comprensibile ai nostri occhi
    Una realtà che intreccia e dipana
    grandi simboli della vita umana
    Contemplarne i segni e poterli poi comprendere
    è uno scambio familiare, tra tenerezze e carezze
    Spanderne e accoglierne il seme
    per lasciare nel corpo, colare l’infinito
    Tutto in una variabile di intensità
    ma sempre in un unico movimento di vita in vita
    che lì si manifesta e lì si realizza

    Un’immagine

    Sieger Köder La creazione (1992)

    Cos’altro più che queste mani di Dio in primo piano, aperte in segno di dono, potrebbe suggerire così bene l’immagine del dare?
    L’immagine di un Dio che offre all’uomo quanto ha di più prezioso?

    Sieger Köder, sacerdote e pittore vissuto in Germania, è morto novantenne nel 2015.
    La sua è una pittura simbolica, che non vuole descrivere oggettivamente gli eventi, ma che allude, che porta ad interpretare invitando ad entrare nella situazione attraverso il dipinto.

    In questo quadro rappresenta le mani del creatore protese a dare vita, che sorgono dal buio di un universo ancora primordiale e che si tendono verso le sue creature.
    Sui palmi, insieme all’acqua sorgente di vita, solleva una sfera rossa, un concentrato di vita e di amore, un nucleo vitale carico di pulsione.
    Da esso come un rimando ecco scaturire con la stessa forma una nuova sfera che contiene il verde dei campi e il giallo del sole.
    E ancora a seguire una nuova sfera con il giardino dell’Eden che circonda la donna e l’uomo di rigoglioso verde, di fiori, di colori e profumo.
    Sopra di loro infinite stelle e gli uccelli del cielo.

    «Io ti colmerò di benedizioni e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; e la tua discendenza s’impadronirà delle città dei suoi nemici». (Genesi 22,17)

    Dio dà all’uomo e alla donna, creature che sono a sua immagine, tutto ciò che ha di più bello, quanto può loro servire per stare bene, per vivere bene, per sentirsi amati. A loro la possibilità di cogliere sempre il meglio, il bene essenziale, libero da fuorvianti benesseri.
    A loro la capacità di saper guardare in verità e sapienza al serpente che abita nelle città dei loro nemici e non lasciarsi ingannare.
    A loro saper coltivare la creatività e il desiderio di ricominciare ogni giorno da un giorno nuovo, dal rosseggiare dell’alba del suo inizio fino alle luci delle stelle che ne illuminano la notte.

    Guardando il dipinto nel suo insieme, si nota che tutto si basa su un unico grande fondamento, cioè il principio del dono.
    Dio dà agli uomini in gratuità perché loro imparino a donarsi gli uni agli altri con la stessa logica del dono gratuito che porta vita, insieme, intimamente uniti in un abbraccio che dà forza e fa sentire amati.

    Entro nel quadro:

    Mi fermo a osservare la sfera rossa nelle mani di Dio.
    Provo a fare memoria di alcuni doni che ho ricevuto, cercando di fare non un elenco ma lasciando che ne emergano pochi ma significativi. Li so donare a mia volta?
    Li metto a disposizione per condividerli?
    «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

    Provo ora a considerare che quella sfera rossa siano i doni che l’altro, l’altra ha ricevuto e quelle le sue mani.
    Quanto sono capace di cogliere i doni che chi mi vive accanto mette a disposizione, a condividerli e aiutare a farli crescere senza prima farli passare attraverso il filtro del mio giudizio?

    Infine guardo le mani. Non sono solo due, sono di più, come in un gioco di specchi.
    Le penso come le mani di Dio che si mischiano e confondono con le mie mani e le mani ci coloro che la vita mi ha messo a fianco. Insieme riceviamo, insieme diamo.

    Un film

    Gabriel Axel Il pranzo di Babette (1987)

    Per il verbo del cammino ‘dare’, un film molto conosciuto ma che vale la pena rivedere anche più di una volta per la sua immutata capacità di parlarci come avviene solo con i classici, è Il pranzo di Babette, un film danese del 1987, tratto da un bel racconto della scrittrice Karen Blixen.

    Il film ha l’andamento di una favola che racconta qualcosa di antico e di lontano nel tempo e nello spazio: nella seconda metà dell’Ottocento, due anziane sorelle che vivono in uno sperduto villaggio dello Jutland e fanno parte di “una setta di melancolici devoti senza sale in zucca” (come li definisce ironicamente uno dei personaggi del film) accolgono nella loro casa la francese Babette in fuga dalla Comune parigina, che diventa la loro domestica; le due sorelle hanno rinunciato quando erano giovani all’amore, l’una verso un ufficiale, l’altra nei confronti di un cantante d’opera francese che la voleva trasformare in una celebre soprano, e si sono chiuse nella piccola comunità religiosa fondata dall’autorevole padre, comunità che, nel corso degli anni e dopo la morte del fondatore, si è irrigidita in regole fragili e asfittiche che non hanno impedito divisioni e ostilità.

    In occasione dell’anniversario di nascita del decano della comunità luterana, Babette, grazie alla vincita di una lotteria e alle sue straordinarie abilità di chef, offre alle sorelle e agli altri confratelli – i quali hanno forti pregiudizi e temono per la loro integrità spirituale – un pranzo squisito e miracoloso che diventa per tutti loro un modo di riconciliarsi con la vita e con gli altri, di fare pace col passato e di abbassare le difese perché la fede è prima di tutto gioia condivisa, grazia inattesa, che passa anche attraverso il nostro corpo.

    Babette riesce a trasformare un pranzo “in un’avventura amorosa in cui non si è più capaci di fare una distinzione tra l’appetito del corpo e quello dell’anima”, donando tutta se stessa, la propria creatività e ciò che possiede a coloro che l’hanno accolta, e riuscendo addirittura a trasformare lo spirito e il corpo di chi ha ricevuto questo dono.

    Nel film si va in profondità: il dono non è solo, come è ovvio, un gesto d’amore verso gli altri ma anche – come dice la stessa Babette alla fine – qualcosa che fa per sé stessa perché in quel modo lei si esprime ed è quello che fanno gli artisti (il cui grido è “Consentitemi di dare tutto il meglio di me”), in una visione del gesto del donare che nasce in primo luogo da una consapevolezza della propria persona e del proprio valore come essere umano e che poi diventa il gesto del donarsi, un modo di comunicare profondamente la propria anima e la propria essenza all’altro.

    E non è necessario essere degli artisti per capire e vivere questo donarsi pieno e consapevole, che non è vissuto come un depauperamento o un sacrificio (nell’accezione deteriore del termine), ma anzi come l’unico modo di esistere.
    Come dice Papa Francesco nell’Amoris Laetitia: “Le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo.

    Va ricordata la felice scena del film Il pranzo di Babette, dove la generosa cuoca riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: «Come delizierai gli angeli!».
    È dolce e consolante la gioia che deriva dal procurare diletto agli altri, di vederli godere.
    Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda sé stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui.”

    IL PRANZO DI BABETTE

    • Regia: Gabriel Axel
    • Interpreti: Stéphane Audran, Bodjl Kjer, Birgitte Federspiel, Jarl Kulle
    • Paese: Danimarca
    • Anno: 1987
    • Durata: 103’
    • Disponibile in Dvd e Blue-Ray



    A cura di

    Maria Grazia e Umberto Bovani,
    Lucia e Giacomo Lopez,
    Beppe Lavelli SJ

    Grafica
    Davide Cusano

     


Aprile 2021

Domanda

«… domandiamo al Signore nostro che … »


Quante domande attraversano la nostra vita.


Sembra una frase ovvia, un po’ scontata,
ma non lo è.

 

 

 

  • Leggi la proposta

    Domanda
    « … domandiamo al Signore nostro che … »

    Tobia 8,4-8
    4bTobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza».
    5Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli!
    6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui.
    7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia».
    8E dissero insieme: «Amen, amen!».

    Un brano biblico

    Matteo 15,21-28
    «Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone.
    Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio”
    Ma egli non le rivolse neppure una parola.
    Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono:
    “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”
    Egli rispose: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”.
    Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!”.
    Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”.
    “È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
    Allora Gesù le replicò: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”.
    E da quell’istante sua figlia fu guarita.»

    Sostiamo solo su alcune parole

    Sembra che Tobia e Sara abbiano fatta propria la fiducia a cui Gesù inviterà i suoi discepoli: «In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà » (Matteo 18,19).
    Con questo spirito veniamo al brano proposto.

    Partito di là… L’iniziativa è di Gesù. È lui che rende possibile l’incontro. Ogni nostro domandare è sempre una risposta a Colui che si rende presente sempre e dovunque, anche nelle nostre “terre pagane”.
    Gesù lascia un luogo e una discussione con scribi e farisei che onorano Dio con le labbra ma che tengono il cuore lontano da Lui (15,8). E forse la prima cosa che possiamo chiedere è una piena comunione con noi stessi.

    Una donna cananea, che veniva da quella regione… Due persone s’incontrano. Il verbo che descrive il movimento della donna è lo stesso di quello usato per Gesù al versetto precedente (pur tradotto in modo diverso nelle due circostanze). All’uscire di Gesù corrisponde quello della donna cananea. Ogni vero incontro ha il sapore della reciprocità.

    Si mise a gridare… Prima ancora di riportare il contenuto della domanda, l’evangelista ci dice che sarà una richiesta gridata. La donna vuole essere certa che la sua domanda raggiunga l’interlocutore.

    Pietà di me, Signore… Mia figlia è molto tormentata da un demonio Nella voce di questa donna c’è grande forza, nelle sue parole grande sofferenza. Questa donna si rivolge a Gesù chiamandolo sempre ‘Signore’. Qui, al versetto 25 («Pietà di me, Signore») e al versetto 27 («È vero, Signore»). Sa a chi domandare. La donna sa anche cosa domandare.
    Il suo grido non è inarticolato: chiede vita e la chiede al Signore («Hai esaudito il desiderio del suo cuore, non hai respinto la richiesta delle sue labbra…Vita ti ha chiesto, a lei l’hai concessa» Salmo 21,3.5). La richiesta della madre nasce dalla sofferenza della figlia.

    Ma egli non le rivolse neppure una parola… Questa donna sperimenta un ostacolo nel silenzio che Gesù le oppone. Può venire la tentazione di arrendersi. Perché continuare a chiedere?

    I suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!” Quello dei discepoli non è un vero ascolto della donna. Non vogliono liberare la figlia dal male: vogliono liberarsi della madre! Infatti, più che con “esaudiscila” sarebbe meglio tradurre con “mandala via”.
    Gesù si trova così a essere raggiunto da una ulteriore richiesta: oltre a quella della donna, quella dei suoi discepoli. E mentre la donna domanda per la figlia, i discepoli domandano per loro stessi.

    Signore, aiutami! La donna persevera, chiede aiuto a Gesù nonostante il suo silenzio e l’incomprensione dei suoi discepoli.
    Anche se non presente presso la montagna dove Gesù ha pronunciato il discorso, la cananea dà spazio alle parole dette da Gesù: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!» (Matteo 7,7-11).

    Non è bene … il pane dei figli… i cagnolini Meglio il silenzio di Gesù di queste sue parole? La donna viene “ricondotta” alla sua realtà di pagana (i pagani erano chiamati “cani” dagli ebrei).

    È vero, Signore… La cananea insiste, non si scoraggia. Ha fiducia in Gesù e nella sua volontà di vita.
    Quella della donna è una domanda, non una pretesa: la cananea non accampa diritti, anzi riconosce di non avere nessun diritto, di non poter vantare alcun merito a sostegno della propria richiesta. Ma sa anche che chiede amore all’Amore e, se è tale, esso si offre gratuito e senza condizioni. Il pane dei figli, cioè la vita dei figli, come l’amore, non lo si merita: lo si accoglie. È puro dono e grazia. Ma se è un dono, perché va chiesto? Perché la richiesta è segno del desiderio. E allora il dono è da chiedere? Sì. Proprio così. Nella sua sapienza, sant’Ignazio di Loyola invita l’orante a «chiedere a Dio nostro Signore quello che voglio e desidero» (Esercizi spirituali, n. 48).

    Le briciole… Nessuna pretesa, nemmeno del pane. Sono parole di umiltà e di fiducia.
    Questa donna domanda le briciole. Sa che anche nei frammenti c’è tutto l’amore del Donatore. È una donna pagana, ma nel suo modo di porsi mostra di essere degna erede di quell’Abramo, nostro padre nella fede, che, nella sua intercessione in favore di Lot e della sua famiglia, non ha avuto timore di rivolgersi al suo Dio in questo modo: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?”» (Genesi 18,27-28).
    La donna domanda a partire da una duplice verità: la propria, che non viene nascosta o camuffata, e quella del Signore, che può e vuole donare vita. Non è un modo semplice ma molto efficace di sperimentare l’autenticità di quelle parole che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi… Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (8,32.36)?

    Grande è la tua fede! La distinzione cani/figli è abbattuta dalla fede.
    La fede di questa donna sopravanza quella dei discepoli (8,26; 14,31). È una fede grande come quella del soldato pagano, le cui parole (8,8.10), non a caso, ripetiamo in ogni Eucaristia prima di ricevere il pane dei figli!
    Meraviglia in un Dio che scorge la fede dove non ce l’aspetteremmo e non la trova dove invece l’attenderemmo (Matteo 13,58); libertà di un Dio che riconosce il bene dovunque si trovi e di questo bene gioisce.

    Avvenga per te come desideri Il domandare che la donna ha posto in essere è stata anche la risposta alla sua domanda.
    Ciò che domandiamo al Signore è già la Sua risposta: «Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete» (Matteo 21,22).
    Gesù compie la volontà di vita di questa donna.

    Quasi a riassumere…

    «È certo che non dobbiamo pretendere nulla e che tuttavia possiamo chiedere ogni cosa»

    (D. Bonhoeffer, Lettera a Eberhard Bethge, 21 agosto 1944, in Resistenza e resa).

    Una riflessione

    Quante domande attraversano la nostra vita. Sembra una frase ovvia, un po’ scontata, ma non lo è.

    Le nostre domande ci tengono in vita, ci danno la vita, perché noi umani ci alimentiamo di interrogativi nella speranza di avere risposte … pur sapendo che in buona parte molte risposte non arriveranno mai. È una tensione, un’attesa che ci tiene in vita. Diciamo però una cosa: spesso poniamo domande sapendo che una risposta, girasse pure il mondo al contrario, non la troviamo.

    Domande troppo grandi per avere risposte e allora le nostre speculazioni filosofiche qui vanno a nozze…infiniti punti interrogativi, spesso conditi con tanto di verve dialettica per un’infinità di parole…e poi ancora parole. Insomma nulla di nuovo si muove là dove la ricerca finisce sul nascere.

    Ma davanti a questo verbo, oltretutto potenziato nella sua modalità imperativa, un pensiero mi ha attraversato. Quante sono le domande che nella nostra vita non abbiamo posto temendo di ricevere una risposta? Pensiamoci un attimo, forse anche più di un attimo.

    Quali sono quelle domande che non poniamo? Quelle domande che cadono nel silenzio ben sapendo che una risposta ci sarebbe, ma che non vogliamo ascoltare, domande cucite dentro una verità che non vogliamo vedere.

    E andiamo avanti, facciamo finta di niente. Ogni tanto servirebbe fermarsi e provare a non girare la faccia dall’altra. Ci sono grandi questioni sospese che rivendicano una nostra domanda. Questioni di cui non desideriamo sapere, preferiamo essere confermati dentro presunte verità e rimanere così…come sospesi.

    Eppure, dentro di noi, ogni tanto queste domande riaffiorano, fanno capolino nella nostra vita a ricordarci che a forza di rimuovere, andare oltre, non voler sapere rischiamo che l’ingranaggio della nostra esistenza si inceppi e allora sono storie amare. Se ci pensiamo queste domande silenti che soggiornano dentro di noi molto spesso riguardano le nostre relazioni affettive e soprattutto persone verso le quali c’è un legame forte, molto forte. Una moglie, un marito, un compagno di vita, una convivente… un figlio, una figlia.

    Anzi, proprio le nostre esperienze di massima prossimità custodiscono in sé uno spazio di domande non dette, non espresse. Quante domande ci censuriamo verso i figli, verso l’amata, verso l’amato. Domande di cui non desideriamo avere risposta.

    Se proviamo a fare un piccolo elenco… presto diventerà un grande elenco, un infinito elenco. Che ne facciamo di queste domande? Le teniamo lì in attesa di tempi migliori? Ma poi ad un certo punto il tempo scade e non ci sono, almeno su questa terra, tempi supplementari.

    Credo che sia un’esperienza di vita importante, bella, trovarci di fronte ad una persona dalla quale siamo tristemente chiamati a congedarci e intimamente percepire che il campo è libero, non vi sono domande non dette, sospese.. Soprattutto con chi abbiamo amato per una vita intera prima o poi è giusto che ci raggiunga il tempo delle domande nascoste, rimosse.

    Non possiamo separarci così. Siamo sempre in tempo per fare domande, senza la fretta di avere risposte, tanto le risposte già abitano in noi.

    Riuscire a liberarci da domande per anni sopite alleggerisce la nostra vita e ci regala un pezzetto di felicità tutt’altro che trascurabile.

    Un’immagine

    Giotto (?) Preghiera in San Damiano (1295 — 1299)

    Il riquadro de La preghiera in San Damiano è il quarto in ordine di sequenza delle ventotto scene del ciclo di affreschi sulla storia di San Francesco che si trova sulle pareti laterali della Basilica Superiore di Assisi, attribuiti a Giotto.

    La piccola chiesa viene rappresentata non solo diroccata così come era quando Francesco vi si recava a pregare, ma ulteriormente priva di alcune porzioni, perché vi si potesse vedere all’interno. E quel che si vede è un Francesco ancor giovane, ancora vestito con gli abiti di lusso della sua ricca famiglia. E’ sproporzionato, è grande rispetto all’architettura, come se fosse reso grande da ben altre proporzioni, quelle che guardano non alla fisicità dei corpi umani e materiali, ma alla grandezza di uno spirito che sta attraversando una dura esperienza di deserto e di fede, di tenebre e di ricerca della luce, di ricerca di senso. Ancora non ha scelto la via della spoliazione e della povertà. Si reca in quella piccola cappella per stare alla presenza del crocifisso e fargli delle domande, per chiedere illuminazione: “Altissimo, glorioso Dio, illumina le tenebre de lo core mio”.

    Alla domanda di questo giovane poco più che ventenne, il Crocifisso, che rappresenta il Christus Triumphans, un Cristo già risorto che annuncia nuova vita, risponde con una domanda: “Vai Francesco, ripara la mia casa che sta cadendo in rovina”. Una richiesta che indica un percorso da seguire per trovare risposta alla sua sete di senso.

    Cristo risponde alla domanda di luce con una domanda di azione: vai e ripara. Si dice che il Crocifisso abbia ripetuto tre volte la frase; forse Francesco, preso dal suo chiedere, non si è accorto subito che a lui veniva chiesto qualcosa. Un bell’insegnamento per la nostra preghiera!

    Spesso quando preghiamo abbiamo dentro di noi il desiderio di comunicare a Dio tanti nostri pensieri, preoccupazioni, intenzioni… parole insomma che gli riversiamo addosso… senza neanche accorgerci che solo se facciamo silenzio riusciamo a sentire ciò che lui ha da dirci.

    Entro nel quadro:

    Provo ad immedesimarmi nella figura di Francesco. Qual è oggi la domanda che farei al Crocifisso?

    Ne individuo una. Posso anche immaginarmi di essere in due, uno a fianco dell’altra come lo erano Tobia e Sara quando tenendosi per mano hanno detto “domandiamo a Dio…”.

    Cosa domandiamo a Dio oggi? Dopo aver domandato provo/proviamo a fare silenzio, lasciando scorrere via i pensieri senza che diventino parole da riversare ai piedi della croce.

    Riesco/riusciamo a percepire in noi la domanda che Dio ci pone, la strada di vita che ci indica qui ed ora?

    Provo in seguito a pensare al mio modo di pormi nelle relazioni affettivamente più significative, quelle che mi coinvolgono di più nel profondo. Sono capace di fare silenzio per sentire la domanda che l’altro mi sta facendo?

    Un film

    Martin McDonagh Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

    Cercare e porre domande può essere più importante del trovare le risposte che si stanno cercando. Perché ci possono essere anche domande alle quali non si potrà mai dare una risposta specifica ma esse saranno comunque in grado di generare un movimento, saranno capaci di suscitare una trasformazione – in chi chiede e in chi è interpellato – al punto di rendere meno urgente quella iniziale domanda e più vitale accogliere il cambiamento che essa ha comunque determinato.

    A Ebbing, piccola cittadina di provincia del Missouri, una ragazza (Angela) è stata stuprata, bruciata viva, uccisa. Un delitto terribile per il quale, dopo mesi, la polizia locale non è riuscita a trovare nemmeno una minima pista da seguire per le indagini. Mildred, la madre di Angela, decide di affittare tre grandi cartelloni pubblicitari, che si trovano a pochi metri da dove sua figlia è stata trucidata, affiggendo tre frasi:
    - Stuprata mentre stava morendo
    - E ancora nessun arresto?
    - Come mai sceriffo Willoughby?

    Bill, lo sceriffo chiamato in causa, è ben voluto dalla propria comunità, è sinceramente addolorato per la morte di Angela ma altrettanto impotente di fronte al vicolo cieco delle indagini sulla morte della ragazza: non può dare a Mildred le risposte che lei si ostina a chiedere.

    I tre manifesti di Mildred innescano una serie di reazioni sempre più violente da parte della popolazione e in particolare da parte di Jason, un poliziotto violento e razzista che considera lo sceriffo Bill come un mentore, una figura paterna. Al centro del film quindi esplode un campo di tensioni nel quale tutti i personaggi (compresa Mildred) condividono la violenza come linguaggio, come modo di vita. Sono catturati tutti in una rete di rabbia che si autoalimenta.

    Ma è proprio il soggetto dello scandalo, lo sceriffo Willoughby, che con un gesto estremo, costringe Mildred e Jason a prendere coscienza del meccanismo nel quale sono catturati.

    In un contesto di figure genitoriali del tutto inadeguate, lo sceriffo agisce come una figura di padre amorevole nei confronti della propria comunità in cerca di risposte. Quella domanda, che tutti hanno considerato offensiva nei suoi confronti, per lo sceriffo invece è l’occasione per rivelare e per rivelarsi, in un sorprendente capovolgimento delle solite dinamiche di offesa e risposta. Come nel brano di Tobia, quella domanda iniziale, per Mildred e Jason, si trasformerà in una richiesta implicita di «grazia e salvezza».

    Consigliamo la visione a un pubblico adulto.

    Tre manifesti a Ebbing, Missouri

    • Regia: Martin McDonagh
    • Interpreti: Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell
    • Paese: USA
    • Anno: 2017
    • Durata: 115’
    • Disponibile su: AMAZON PRIME VIDEO





Marzo 2021

Prega

«Quando pregate» (Mt 6, 5–8)


Mi piace riflettere sul senso della preghiera.

Mi piace perché non so dove una riflessione su questa esperienza mi potrebbe portare.

Mi piace perché mi sfuggono letteralmente dalle mani i pensieri ancor prima di iniziare ad ordinarli.

 

 

 

  • Leggi la proposta

    Prega
    «Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: “Sorella, àlzati!” Preghiamo…»»

    Tobia 8,4-8
    4aGli altri intanto erano usciti e avevano chiuso la porta della camera. Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza».
    5Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli!
    6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui.
    7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia».
    8E dissero insieme: «Amen, amen!».

    Un brano biblico

    Matteo 6, 5–8
    «Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente.
    In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
    Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti icompenserà.
    Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole.
    Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
    Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli… »

    Sostiamo solo su alcune parole

    Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a pregare con l’esempio e con le parole (Lc 11,1-4).
    In questo brano del vangelo di Matteo, che fa parte del Discorso della Montagna, Gesù, prima di donarci anche le parole, quelle del Padre Nostro, ci illustra l’atteggiamento da assumere rivelandoci che il modo con cui entriamo nella preghiera è decisivo. Come dire: prima il come, poi il cosa.
    E allora vediamo alcune caratteristiche di questo atteggiamento.

    Quando pregate… / È importante decidere il tempo, il quando pregare: prevedere tempi espliciti per la preghiera.
    Ognuno conosce le proprie giornate e le proprie settimane, con tutto il loro carico di imprevisti, unico punto immancabilmente presente...Ma ognuno sa anche che le cose importanti sono quelle a cui si riesce a dedicare del tempo. Dal canto suo Gesù ha pregato in ogni momento: prima di compiere scelte significative (Lc 6,12-13), dopo eventi importanti (Mt 14,21-23), nel cuore delle situazioni (Mc 14,35-36; Lc 23,34.46).

    Non siate simili agli ipocriti… amano pregare per essere visti … / Il brano, prima di dirci come pregare, ci dice come non pregare: non dobbiamo cercare noi stessi nella preghiera, in una sorta di “narcisismo orante”, in cui gli altri o il Signore stesso (Lc 18,11-12) fanno solo da specchio alla nostra vanagloria che ama assumere tante maschere. Pregare per essere visti è non pregare e, ancora più a fondo, è non credere che siamo amati.
    Siamo invitati, invece, a pregare rivolgendoci a un Tu, in verità e trasparenza: verso noi stessi, anzitutto, e verso il Signore, sapendo di essere amati.

    Entra nella tua camera, chiudi la porta / È vero: non c’è bisogno di luoghi particolari. Può andare bene anche la propria casa. Per Sara e Tobia, la loro stanza.
    È comunque importante il luogo, sia fisico, sia interiore. Una bella sintesi di questa “duplicità di luogo” ci è offerta dalla «sala al piano superiore » di cui parla Luca (Lc 22,12; At 1,13): una sala che non ci estranea dalla realtà di tutti i giorni, ma che ci consente di immettere in questa realtà la vita dello Spirito. C’è in tutti noi un piano superiore che è fuori dal nostro fare ordinario. Bisogna salire su quel piano, come su un monte, per poter scendere dentro di noi e lì incontrarci e lasciarci incontrare.
    La porta chiusa custodisce il silenzio necessario all’ascolto, allontana le chiacchiere che ci circondano e che ci abitano, ci aiuta a scendere in profondità, ma non ci rinchiude in noi stessi: è una porta destinata ad aprirsi a Colui che, con discrezione e instancabilmente, in tanti modi bussa (Ap 3,20) chiamandoci all’intimità e all’amicizia con Lui.

    Prega il Padre tuo… / Forse la prima cosa che siamo chiamati a riconoscere è che non sappiamo pregare ma, contemporaneamente, possiamo avere piena fiducia: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27).

    Il Padre è già lì, così come era già presente nel roveto a cui Mosè si avvicina (Es 3,4).
    La preghiera è dentro a una relazione e nutre questa relazione: pregare il Padre significa riconoscersi suoi figli e «fratelli tutti» (Papa Francesco).

    …che vede nel segreto / Siamo sotto lo sguardo di un Padre, uno sguardo che arriva lontano (Lc 15,20) e che anche da lontano ci attende. Sant’Ignazio invita l’esercitante, che si accinge a pregare, a considerare «come Dio nostro Signore mi guarda» (Esercizi spirituali, n. 75): momento fondamentale per entrare in preghiera con un cuore riconciliato e riconciliante.

    Non sprecate parole … / Il Padre ci conosce, ci ama e, prima ancora che glielo chiediamo, sa ciò che ci sta a cuore, perché gli stiamo a cuore. E allora non sprechiamo parole, non ce n’è bisogno. Ne bastano davvero poche: «Avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13), «Sia fatta la tua volontà» (Lc 22,42). Per pronunciare queste poche parole bastano pochi secondi; per farle proprie può non bastare una intera vita.
    Forse, più che a pronunciare (tante) parole nostre, possiamo dedicare il tempo della preghiera ad ascoltare quelle che il Padre vuole dirci, lasciando che prendano sempre più dimora dentro di noi.

    Voi dunque… / La preghiera è comunitaria, sempre. Il Padre tuo, che vede nel segreto, è il Padre nostro al quale mi rivolgo, anche nella preghiera solitaria, preghiera che comunque pronuncio da fratello/sorella di ogni persona.

    Quasi a riassumere … / «Di nuovo m’inginocchio sul ruvido tappeto di cocco, con le mani che coprono il viso, e prego: Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento – fa’ che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore. Allora quel che farò, o il luogo in cui mi troverò, non avrà più molta importanza. Ma non sono ancora affatto a questo punto»
    (Dal Diario di Etty Hillesum).

    Una riflessione

    Mi piace riflettere sul senso della preghiera.

    Mi piace perché non so dove una riflessione su questa esperienza mi potrebbe portare. Mi piace perché mi sfuggono letteralmente dalle mani i pensieri ancor prima di iniziare ad ordinarli. Forse perché non si dovrebbe parlare della preghiera e se tentiamo di ragionarci su ci mancano le parole, balbettiamo se va bene qualche mezza frase magari rapita qua o là.

    La preghiera come ogni esperienza importante si capisce praticandola e più proviamo a praticarla e meno ci viene da parlarne. E già su questo ci sarebbe da pensare non poco!! Tanto più se ci accostiamo a esperienze di altri.

    Ricordo che alcuni anni fa ero molto animato dal desiderio di conoscere “modalità” di pregare: esperienze di monaci, religiosi, comunità eremitiche. Ricordo per esempio i “tempi di preghiera” della Comunità di Bose o dei Trappisti di Monastero Vasco o della Città dei Ragazzi di Don Gasparino. Ero profondamente affascinato dalle loro “pratiche” e più mi affascinavano e più percepivo in me una profonda lontananza. Mi sentivo spettatore di un qualcosa di cui non si può essere spettatori.

    Nella preghiera non possiamo stare sugli spalti a tifare per una modalità piuttosto che per un‘altra. Devo dire che questa percezione di estraneità ha generato in me non pochi pensieri.

    Mi è sembrato di capire, per esempio, che la preghiera deve essere conforme alla mia storia, assumerne la figura, per poter alimentare dall’interno senso, valore, orizzonte a ciò che già c’è, senza necessariamente aggiungere altro. La preghiera non si contrappone al reale ma è senso di appartenenza al reale. La preghiera è ritrovare un senso ad un’esperienza di intimità non solo con le persone ma anche con le cose. La preghiera come intima partecipazione alla infinità del nostro essere qui adesso, in questo tempo e soprattutto nelle cose di questa vita.

    Ma c’è un altro aspetto che mi sta particolarmente a cuore. La questione del corpo, la materia di cui siamo costruiti. Gambe, mani, fegato, cuore…organi che danno corpo alla preghiera e che la rendono possibile e quindi credibile. È il mio corpo che mi conduce alla preghiera, che mi accompagna ad essa e che mi indica la strada da percorrere. Spesso constato che se anche solo per un breve tempo dimentico questo allora la mia preghiera si riduce a inutile sforzo intellettuale senza radici. Non può che essere il mio corpo a darmi la misura della preghiera. Tutto attraverso me e nulla al di fuori di me. “Allora il Signore plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. Solo apparentemente la preghiera è immobilità, staticità.

    L’essere vivente è movimento e la preghiera ha a che fare con qualcosa di estremamente concreto come il movimento. La preghiera non solo genera movimento ma è movimento. Spesso ritorno su questo pensiero.

    Preghiera e movimento hanno la stessa matrice, la stessa capacità di azzerare pensieri pesanti, soffocanti, ingombranti per ridare aria, leggerezza, senso dell’essenziale. Lo dico sperando di non essere frainteso. Per me l’esperienza che si avvicina di più alla preghiera è il camminare, il correre. Ritrovo e riconosco la stessa identica forza liberante, lo stesso impulso rigenerativo, lo stesso desiderio di alleggerire l’io e riuscire così a dare voce all’oltre che abita il mondo e che abita in noi.

    Un’immagine

    Jean-François Millet L’Angélus (1858-1859)

    Pochi dipinti rappresentano con così tanta intensità una coppia in preghiera come è riuscito a fare Millet in questo quadro. Il suo intento era di esaltare il valore morale degli umili, dei più semplici, che nonostante il faticoso lavoro nei campi, non perdono di vista il loro legame con il trascendente.

    Il tridente in primo piano affonda appena le punte, segno di un terreno duro e faticoso da lavorare. I colori terrosi degli abiti dei due contadini quasi li confondono con il paesaggio della campagna, inserendoli in completa sintonia fisica e spirituale con la natura che li circonda e che ricambia il loro lavoro con i suoi frutti. In mezzo ecco infatti il cesto con le patate già raccolte che costituiranno i loro semplici pasti. Ma quando le campane del lontano campanile suonano i rintocchi dell’Angelus, si fermano e cercano ristoro non per le mani indurite dalla terra, non per la schiena sempre china, ma per la loro anima.

    Hanno capito che alla fine è nell’incontro con Dio, ancor più insieme uno a fianco dell’altra, che si trovano la forza e le energie per continuare a sostenere la quotidianità e rinnovarne il senso… sia quando essa richiede fatica perché il terreno si fa più duro… sia quando se ne raccolgono i frutti, che per quanto semplici possano essere, non sono sempre scontati, ed è bello saperli riconoscere come dono e saper ringraziare.

    Entro nel quadro:

    Provo a fermarmi come i due contadini. A fermarmi. Perché serve fermarsi per poter mettere a fuoco le cose, per vederle, riuscire a distinguerle, dar loro un nome. Serve fermarsi per entrare in relazione con consapevolezza con ciò che sta sulla terra e con il cielo. Serve fermarsi per entrare in contatto con il nostro io più profondo. E di lì poi affidarci, come hanno fatto Tobia e Sara prima di affrontare la prima notte, i loro vissuti, le loro paure.

    Provo ad ascoltare… riesco a cogliere il suono del campanile lontano? È abbastanza lontano, devo saper far silenzio per sentirlo mentre mi affaccendo, ma non così tanto lontano ché io non possa scorgerlo come presenza discreta che rientra nell’orizzonte delle mie tante faccende ordinarie.

    Qual è il campanile delle mie giornate? Provo ad individuare un elemento del mio quotidiano da cui si emanano rintocchi che riesco a riconoscere, che mi portano ad alzare lo sguardo per poi chinarlo in raccoglimento ed interiorizzazione. Se lo so individuare, se imparo a riconoscerlo, so che lo saprò riconoscere sempre, anche nei giorni a venire.

    Provo a guardare e a dare un nome a quel terreno di lavoro e ai frutti raccolti nel cesto. Cosa affido del mio oggi e per cosa ringrazio?

    Mi congedo dal quadro dando un ultimo sguardo al campanile.

    Un film

    Terence Malick La vita nascosta (2019)

    Il film che vi proponiamo per il verbo ‘prega’ è l’ultimo lavoro del regista americano Terence Malick (“La sottile linea rossa”, “The Tree of Life”) che s’intitola “La vita nascosta – Hidden Life” (2019).

    È il racconto biografico del contadino austriaco Franz Jägerstätter che scelse di non arruolarsi nell’esercito nazista e quindi di non giurare fedeltà a Hitler e per questo venne imprigionato e ucciso. Il film ripercorre la vita esteriore ma soprattutto interiore di Franz e di sua moglie Franziska che si conobbero e innamorarono in mezzo alle montagne verdi e incontaminate dell’Austria, una sorta di paradiso perduto, dove irruppe la violenza della guerra e della sopraffazione, ponendo a Franz una domanda radicale: partecipare alla guerra e soprattutto giurare fedeltà a un dittatore sanguinario ma continuare a vivere e a occuparsi della sua famiglia oppure restare fedele a ciò in cui credeva, mettendo però in gioco la propria vita e quella dei propri cari?

    Il primo aspetto interessante del film è che a questa domanda se ne aggiungono altre non meno importanti: ne vale la pena? Una scelta individuale di una persona qualunque non avendo alcun peso sulla Storia, non rischia di essere un gesto egoista e ideologico che non tiene conto del dolore inferto ai propri cari? Questi sono i dubbi istillati ai protagonisti dagli Altri (la gente del paese, gli inquisitori, addirittura il parroco) ma nel film c’è un’altra presenza misteriosa, quella di Dio, apparentemente il grande assente in un momento così buio della storia, ma la cui presenza aleggia nella natura e si incarna appunto nella vita dei due protagonisti.

    E infatti l’altro aspetto importante è che il protagonista non è solo Franz ma anche sua moglie Franziska, e il percorso che conduce all’azione e poi la fase in cui i due affrontano le conseguenze riguarda la coppia, che si confronta dialetticamente ma che poi giunge a una scelta condivisa e vissuta fino in fondo: una scelta di Amore.

    Oltre al racconto esterno, il film entra nell’anima dei personaggi, grazie a una strabordante voce fuori campo, spesso tratta dalle lettere scritte da Franz alla moglie. Nel momento in cui il protagonista è in prigione e sta arrivando il momento di andare fino in fondo, inizia una lunga preghiera di accettazione e affidamento del protagonista alla quale fa eco la preghiera di sua moglie Franziska. Questo è il cuore del film: i protagonisti si fanno accompagnare dal dialogo con Dio, dove ci sono istanze diverse, richiesta di aiuto, comunicazione di un tormento e di una sofferenza, ma anche lode, ringraziamento, affidamento totale

    Il film stesso – molto lontano dal cinema di intrattenimento ma comunque nell’alveo del cinema narrativo – richiede tempo (è lungo poco meno di tre ore) e un atteggiamento di apertura perché è un film doloroso, come se fosse una preghiera esistenziale: la visione vale la pena perché «Il bene a venire del mondo dipende in parte da azioni di portata non storica; e se le cose per voi e per me non vanno così male come sarebbe stato possibile, lo dobbiamo in parte a tutti quelli che vissero con fede una vita nascosta, e riposano in tombe che nessuno visita» (George Eliot, Middlemarch).

    LA VITA NASCOSTA

    • regia di Terence Malick
    • con August Diehl, Valerie Pachner
    • durata: 2 ore e 53 minuti
    • USA 2019
    • Disponibile su: Amazon Prime Video, Google Play, Youtube





Febbraio 2021

Àlzati

«Àlzati e cammina”» (Lc 5,24)


Un invito, oppure un imperativo?

Un’imposizione oppure un atto d’amore?

Difficile capire, certamente dipende dal contesto, là dove ci troviamo e soprattutto chi abbiamo accanto, perché detto così … àlzati…richiama comunque ad una presenza.

 

 

 

  • Leggi la proposta

    Carissime e Carissimi,
        qualche tempo fa, sulla scia degli incontri di Selva continua … Famiglie avevamo dato inizio a un percorso che avevamo intitolato I verbi del cammino. Voleva essere un aiuto per la riflessione e la revisione del cammino di crescita individuale e di coppia.
    Circostanze di diverso tipo, non ultima la pandemia, ci avevano portato a sospendere questo percorso che ora però desideriamo riprendere anche perché ci sembra che possa costituire un aiuto per sentirci in comunione gli uni con gli altri e in un cammino comune pure in questo tempo così delicato.
    Abbiamo quindi deciso di ripartire da capo, aggiungendo un’ulteriore finestra rispetto alle tre precedenti, e impegnandoci a mettere sul sito (www.gesuiti-selva.it) e a farvi arrivare le nostre riflessioni per l’inizio di ogni mese.
    Ci lasciamo ispirare dalla preghiera che pronunciano insieme Sara e Tobia affacciandosi alla loro prima notte insieme, dopo essersi uniti in matrimonio. È l’unica “preghiera di coppia” che compare nelle Scritture; è semplice e ricca nella sua essenzialità.
    Ogni tappa del nostro percorso sarà scandita da un verbo di questa preghiera, visto a partire da diverse prospettive: una pagina della Bibbia con un commento, una riflessione, un’immagine artistica, una proposta cinematografica.
    L’invito è quello di dedicare del tempo alla preghiera e alla meditazione su questo verbo, a quello che può dire alla nostra vita personale e di coppia.
    Insomma, queste riflessioni desiderano semplicemente essere degli strumenti che aiutino e accompagnino il nostro cammino, costituendo una specie di sosta salutare, analoga a quella di cui parla il salmista: «lungo il cammino si disseta al torrente, perciò solleva alta la testa» (Sal 110,7).
    E allora buona sosta per un miglior cammino!

    Alzati
    «Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: “Sorella, àlzati!” … Lei si alzò»

    Tobia 8,4-8
    4aGli altri intanto erano usciti e avevano chiuso la porta della camera. Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza».
    5Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli!
    6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui.
    7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia».
    8E dissero insieme: «Amen, amen!».

    Un brano biblico

    Luca 5,17-26
    Un giorno stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: “Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati”. Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: “Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?”. Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: “Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire”Ti sono perdonati i tuoi peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua”. Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano:“Oggi abbiamo visto cose prodigiose”.

    Sostiamo solo su alcune parole

    Io ti dico / Come nel caso di Sara, moglie di Tobia, l’invito ad alzarci ci viene dalla parola di un altro. Non è detto infatti che riusciamo sempre a trovare in noi le risorse o le forze. Già questo paralitico si era lasciato portare da altri e dalla loro fede (cf. Lc 5,18.20). Possiamo dunque aver fiducia: non siamo soli. In tanti modi e da tante parti una parola di rinascita, di risurrezione, ci può raggiungere: ed è sempre una parola d’amore (cf. Cantico dei cantici 2,10.13)

    Esclamò rivolto al paralitico / Quante paralisi si possono opporre al nostro alzarci! Pochi versetti più avanti, Luca presenterà Levi “paralizzato” al banco delle imposte. Un passato lo inchioda lì. Eppure anche lui, in forza della parola di un altro, da seduto che era (Lc 5,27) si rialzerà (cf. Lc 5,28). Diversamente dai farisei e dai maestri della legge che rimarranno seduti (Lc 5,17) sulle loro presunte certezze, Levi procederà a un nuovo inizio che gli è stato reso possibile. C’è un passato che, in tanti modi, può paralizzarci: nel male e nel (presunto) bene. A Gesù non interessa tanto il passato delle persone: gli sta a cuore il loro futuro.

    Àlzati / Siamo invitati a (ri)sorgere, a lasciare una situazione per andare incontro con fiducia al futuro. L’alzarsi non è evento magico e può non essere istantaneo (cf. Abramo in Genesi 13,14-17) e ci porta a vedere e a vivere le cose in maniera diversa. La stessa Maria di Nazaret, dopo aver accolto la Parola, si alza (Lc 1,39) e si mette in cammino.

    Va’ a casa tua / Il poter alzarci e camminare ci riporta … a casa nostra! La guarigione, la liberazione operata dalla Parola ci restituisce a noi stessi, alla nostra verità e alle nostre relazioni più profonde.

    Si alzò davanti a loro / La parola ascoltata e accolta trasforma la nostra interiorità, ma porta un cambiamento che anche gli altri possono constatare e accogliere. «Il comportamento esterno fece conoscere al fratello e a tutti gli altri di casa la trasformazione che si era compiuta dentro la sua anima» (Ignazio di Loyola, Autobiografia, n. 10)

    Oggi / La possibilità di alzarci è e sarà sempre oggi, perché oggi questo Gesù, fedelmente, ci rivolge questa sua parola, ci ridona nuovamente questa possibilità. Il brano che comincia narrando di un giorno in apparenza qualunque (letteralmente: In uno di quei giorni) si conclude con l’oggi della salvezza (espressione cara all’evangelista Luca: 2,11; 4,21; 19,5.9; 22,34; 23,43). Nella sua sapienza, la Chiesa pone questa invocazione nel tempo cosiddetto ordinario: «Dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo nuovo giorno, fa’ che segni l’inizio di una vita nuova» (dalle Lodi del venerdì della seconda settimana del salterio).

    Una riflessione

    Un invito, oppure un imperativo? Un’imposizione oppure un atto d’amore? Difficile capire, certamente dipende dal contesto, là dove ci troviamo e soprattutto chi abbiamo accanto, perché detto così … alzati…richiama comunque ad una presenza.

    È la voce di chi ci ama e che tiene a noi, ad ogni costo. È la voce di chi sa che le fatiche maggiori ad alzarci e dare movimento alla nostra vita abitano dentro di noi e sa soprattutto che la presenza è indispensabile, mai banale ed inutile.

    Alzati, allora risuona come un’attenzione, forse una dedizione per ricordarci dove siamo e quali scelte oggi sono da raccontare nuovamente affinché non perdano di significato e di intensità. Se non ci alziamo rischiamo che la vita rimanga lì dove un giorno l’abbiamo incontrata, sempre lì ferma ed immobile.
    Ma viene anche da pensare a quante infinite volte come genitori abbiamo urlato dietro ai figli questo verbo. Spesso non certo con benevolenza.

    Se penso ai miei primi due figli, se ripenso alle fatiche inumane per destarli dal sonno e poi accompagnarli a scuola mi verrebbe da dire che è stato, senza alcun dubbio, uno dei verbi più usato nel contesto della nostra famiglia.

    Mi risuona ancora nella testa…Alzati… e ancora mi sembra di ascoltarne gli echi. Sappiamo bene che non basta metterli al mondo i figli, serve ogni giorno ridestarli alla vita perché scegliere la vita non è tra le cose più scontate. Oggi la scuola domani altre sfide.

    Bisogna volerlo di alzarsi e bisogna alzarsi per volerlo. Perché alzarsi è un’azione che determina in sé un dinamismo, un movimento a favore delle ragioni che ogni giorno ci fanno dire sì la vita.

    Un’immagine

    Marc Chagall Il compleanno (1915)

    “Il compleanno” è una tela che Marc Chagall dipinse appunto il giorno del suo ventottesimo compleanno, nel 1915.
    È il 7 luglio e, dopo aver fatto una passeggiata per Vitebsk, sua città natale, si ritira a casa, al di là del ponte. Là lo raggiunge Bella, la sua giovane fidanzata, che, contravvenendo agli obblighi di brava figlia di una borghese famiglia ebrea osservante, non rincasa per cena ma invece corre dal suo amato per sorprenderlo in un improvvisato festeggiamento.

    Racconta la stessa Bella nel suo libro “Come fiamma che brucia”: “Mi affrettavo a raccoglierne altri (fiori) direttamente nei campi, con erbe e radici, perché si conservasse più a lungo per te il profumo della terra.
    E una volta a casa radunai tutti i miei scialli colorati, i miei scampoli di seta.

    Mi impadronii persino del mio copriletto ricamato e, in cucina, di una pagnotta, e pezzi di pesce fritto, visto che ti piacevano tanto. Con indosso il mio vestito della festa, carica come una mula, mi incamminai verso casa tua”.

    Ecco allora che è proprio la forza dirompente dell’amore che lei prova per il suo amato che li solleva entrambi in un appassionato reciproco trasporto verso l’altro...e verso l’alto. Quello che muove Bella è la capacità di abbandonare ogni possibile calcolo di cosa sia conveniente o sconveniente fare per lei, di chiedersi se e come il suo desiderato Marc potrà accogliere o no lo slancio d’amore profondo e gratuito che la sospinge a festeggiarlo il giorno della sua nascita. Non importa. Lo fa. La priorità è quella.

    Festeggiare qualcuno nel giorno in cui ricorre il suo compleanno, significa riconoscerlo ed accoglierlo per come è, per quella che è la sua storia, la sua origine.

    A ben guardare il quadro... se non si conosce la storia di quel giorno, è difficile capire chi festeggia chi. Così come in definitiva guardando il dipinto è difficile immaginare chi sia stato il primo a coinvolgere l’altro in uno slancio di desiderio d’amare, e di essere amati. Sicuramente però si può vedere che alla fine sono entrambi ad essere sollevati da terra, accomunati da un unico istintivo desiderio di lasciarsi elevare dall’esperienza dell’amore.

    Entro nel quadro:

    Può essere allora interessante provare a immedesimarci in questo dipinto per riflettere sul verbo alzarsi, e scorgere in noi come e quanto siamo capaci di lasciare fardelli, calcoli e fuorvianti sensi del dovere, per andare verso l’altro con il solo desiderio dell’incontrarlo.
    Provare a porsi nello stesso orizzonte di revisione riguardo alla propria capacità di accogliere, liberi da pesi, preconcetti e a volte anche rancori verso l’altro/’altra/gli altri che un giorno abbiamo scelto per una vita fianco a fianco.

    Quel che ci suggerisce questo quadro, è che a volte per riuscire a farlo è necessario che siamo capaci di capovolgerci un po’ cambiando direzione al nostro punto di vista, e così, distogliendo mente, occhi e passi da incrostate certezze, siamo davvero capaci di lasciare che l’incontro sia occasione per alzarci, per sollevare i piedi da terra e così facendo far desiderare di alzarsi anche chi ci è vicino, ponendoci in una nuova prospettiva che porti ad incontrare veramente il volto dell’altro.

    Un film

    Jim Jarmusch Paterson (2016)

    La proposta cinematografica per il verbo àlzati è Paterson: un film del 2016 scritto e diretto da Jim Jarmusch, uno dei più importanti e rinomati autori del cinema indipendente americano, interpretato, nel ruolo del protagonista, da Adam Driver, attore che l’anno prima era diventato noto al pubblico mondiale interpretando un ruolo di grande notorietà nella trilogia sequel di Guerre Stellari.

    In un tempo scandito dai giorni della settimana, a Paterson, nel New Jersey, vive un uomo che si chiama come la sua città: Paterson.
    A ogni giorno della settimana sono dedicati i sette capitoli del film che iniziano sempre dal momento in cui, la mattina presto, Paterson si alza dal letto, che condivide con sua moglie Laura, per andare a lavorare.

    Paterson guida gli autobus nelle vie di Paterson, tutti i giorni attraversa le stesse strade, incontra gli stessi colleghi di lavoro: però, diversamente da ciò che si potrebbe immaginare, la vita di Paterson (interpretato da Adam Driver – cognome che significa ‘autista’) è tutt’altro che una routine alienante. Perché ogni volta che Paterson apre gli occhi sul suo letto e si alza, il mondo si rivela a lui in modi sorprendenti.

    Ogni volta che ne ha la possibilità, nelle pause dell’orario di lavoro o nei momenti di inattività, Paterson trascrive le sue visioni, intuizioni o ispirazioni sulle pagine di un taccuino sotto forma di poesia. Paterson attraversa ogni giorno Paterson, città nativa del poeta da lui amatissimo William Carlos Williams, che alla sua città ha intitolato uno dei suoi più importanti poemi: Paterson, questa parola ricorre quindi in un gioco di nomi che è un gioco di specchi ma che non è solo un gioco, bensì è anche un esercizio di attenzione – nostro e del protagonista del film – che ci fa notare, per esempio, la presenza di alcune comparse di coppie di gemelli.

    La ritualità dei gesti che si ripetono (l’uscita serale con il cane) sempre uguali suggerisce una celebrazione naturale del quotidiano che in questa cornice poetica si eleva a sacro.
    Il film procede come il racconto di un’anima lirica e contemplativa che, viaggiando nella propria omonima città, coglie l’essenza di sé e della vita. Ogni giorno Paterson si alza e formula con una contemplazione poetica una sorta di preghiera laica, dove trovano cittadinanza onoraria i frammenti del suo mondo, a volte i più banali (come una scatola di fiammiferi), capaci d’ispirare uno sguardo sensibile, intelligente, al quale non manca l’ironia.
    In uno dei suoi primi risvegli, quasi come un elemento antifrastico, sul comodino di Paterson s’intravede un’opera di Melville, scrittore in lotta con la realtà, alla ricerca drammatica di una rivelazione, sovente tragica. Paterson è agli antipodi dei personaggi melvilliani, è un uomo che contempla il mondo e lo accoglie così com’è, senza bisogno di conquistare qualcosa, nemmeno la pubblicazione delle sue poesie, è un uomo senza ambizioni che gli avvelenino la vita, neppure quelle sia pure innocenti di sua moglie.

    Paterson non ha bisogno di rivelazioni perché si è già alzato e svegliato, e i suoi occhi sono aperti. Aspetta solo di poter contemplare con amore il paesaggio che già conosce, e tanto gli basta: la sua vita non necessita di altro, essa è già poesia così com’è.

    PATERSON

    • regia di Jim Jarmusch
    • con Adam Driver, Golshifteh Farahani
    • durata: 1h e 58 minuti / USA 2016.
    • Disponibile su: Amazon Prime Video, Google Play, TIMVision, Apple Tv, Chili, Rakuten Tv.





 

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